Commedie e classici La scena milanese conquista proprio tutti

Un dialogo tra madre e figlio all'Elfo Puccini Nella sala «i» in scena la rilettura dell'«Aiace»

Antonio Bozzo

A Roma la chiamano «commare secca», per secoli è stata raffigurata come una falce impugnata da uno scheletro, e lo scrittore Romain Gary diceva che «è sopravvalutata». Di sicuro le diamo invece un'importanza fatale, fino a trasformarla in un tabù da rimuovere. Stiamo parlando della nostra finitezza, tema di «Io lavoro per la morte», in scena all'Elfo Puccini fino a domenica, testo e regia di Nicola Russo, con lo stesso Russo e Sandra Toffolatti. Un personalissimo dialogo di un figlio con la madre non più al mondo, ma presente come fosse viva. Un dialogo impossibile, ricco di sfumature e di senso, con inevitabili tracce autobiografiche; prosegue l'attento lavoro sulle età finali intrapreso da Russo con un precedente spettacolo: «Vecchi per niente».

Occasione d'oro per scoprire o riscoprire il poeta greco del Novecento Ghiannis Ritsos, nella traduzione di Nicola Crocetti (che lo edita in Italia), è «Aiace», al Teatro i fino al 24 febbraio. Con regia di Graziano Piazza e con Viola Graziosi, va in scena la rilettura della tragedia di Sofocle. Scritto da Ritsos a fine anni Sessanta, il testo affronta l'eroe per forza Aiace nel contesto del moderno tramonto degli dei e degli eroi. Al debutto, in sala ci sarà Crocetti, importante propugnatore della cultura poetica. Di cui Ritsos (1909-1990), vicino al partito comunista greco e vietato dal regime dei colonnelli, è stato uno dei massimi esponenti del secolo scorso.

Al Carcano, fino a domenica vediamo «Le allegre comari di Windsor» (secondo la regista Serena Sinigaglia), prima milanese in cui la celebre opera di Shakespeare viene ricostruita da Sinigaglia ed Edoardo Erba, anche con brani suonati e cantati dal vivo dal Falstaff di Verdi. «Le allegre comari» fa parte del progetto di Gabriele Russo partito due anni fa: sei opere del Bardo nella rilettura di innovativi autori contemporanei. Si tratta di un progetto che ha convinto i critici, tanto da assegnargli nel 2017 il Premio della categoria.

Lo spettacolo in prima nazionale al Filodrammatici (fino a dopodomani) cerca invece di rispondere a questa domanda: «È possibile un pensiero ideologico in un'epoca post-ideologica?». Il titolo è: «Nessuna pietà per l'arbitro», di Emanuele Aldrovandi, con la compagnia MaMiMò. Si autodefinisce un thriller filosofico e surreale, giocato tra un campo di basket e la Costituzione italiana. Come a dire che bisogna conoscere e rispettare le regole, in campo e fuori, nell'intero Paese (monito di strettissima attualità). E aggiungiamo, da spettatori, magari trovando l'equilibrio dell'arbitro dentro noi stessi. Concludiamo la scorribanda tra le offerte sceniche di fine settimana al Teatro Fontana, dove fino il 24 è in locandina «Anfitrione», scritto e diretto da Teresa Ludovico (sei gli attori). La commedia di Plauto, scritta nel terzo secolo prima di Cristo, ambientata a Tebe, è una delle opere più variamente riscritte e attualizzate, sempre nel rispetto della potenza originaria di una scrittura sapida e diretta. Teresa Ludovico, pugliese, trasporta la vicenda, con coraggio, nel nostro Sud di oggi, luogo di conflitti e di intelligenze fervide, di metropoli complicate, di tratti divini che si intrecciano all'umano.