Il commento Quei morti senza nome da ricordare nelle nostre preghiere

In questi giorni in cui ricordiamo e preghiamo per i defunti, la nostra mente si soffermi, per un attimo, sui morti senza nome, cognome e provenienza, spariti nel nulla. Questi morti senza tomba sono tanti, tantissimi. Sono stranieri clandestini che hanno perso la vita in mare, nel deserto. Scappati dalla Somalia, dall’Algeria, Tunisia o altri paesi, pagando quattrini per raggiungere una meta di libertà e sopravvivenza, le loro attese si sono concluse dentro una bara d’acqua o di sabbia. La loro tragica odissea aveva avuto origine nei loro paesi quando, buttati con le loro mogli e bambini in un barcone logorato dall’acqua e dal tempo e illusi di poter raggiungere un paese ospitale, una vita normale e dignitosa. Alcuni di loro, disperati, logorati dal viaggio e in balia delle onde, sono stati gettati in mare per alleggerire la barca o per assicurare, ai pochi rimasti sull’imbarcazione, acqua e cibo. Altri preferirono percorrere la via del deserto con un’auto scassata: le loro ossa, seccate al sole, attestano la tragedia avvenuta... Questi fatti terrificanti e struggenti sono raccontati da alcuni superstiti ospiti nei Centri d’accoglienza. Spesso ci chiediamo il motivo di queste inarrestabili tragedie. Non ci voglio sondaggi accurati per capire le cause di quest’esodo. Gli immigrati scappano dal loro paese per mancanza di cibo, di cure o per interminabili conflitti bellicosi. Attendono in piccoli campi di raccolta e smistamento il turno per partire. Il barcone è spesso affidato a persone spietate che caricano i nuovi schiavi e si mettono in mare, senz’alcuna indicazione sul percorso e prive di strumenti capaci di segnalare gli ostacoli e le perturbazioni in arrivo. Su queste galee della morte, questi poveri disperati, sono abbandonati a se stessi. Le donne tengono stretti al seno i loro piccoli, gli uomini imprecano contro la sorte, i capi del convoglio armati, incutono timore. I «signori» di questo traffico di carne umana non rischiano, se ne stanno nel loro paese a organizzare questi viaggi redditizi della falsa speranza. I traghettatori, non sanno nemmeno quanti sono gli immigrati a bordo e dove sono diretti con questi corpi ammassati in pochi metri quadrati. Dopo un naufragio, il numero dei dispersi è spesso sconosciuto o indicato approssimativamente dai superstiti. I parenti dei dispersi in mare o tra le dune del deserto, non avranno mai notizie: vite umane dileguate nel nulla. Una domanda è d’obbligo: chi sono questi mercanti di corpi? Forse si tratta di criminali organizzati o di benestanti che speculano economicamente sulla carne umana. Esiste un rimedio o un intervento per impedire questa nuova tratta di schiavi? La risposta non è facile. L’impegno degli Stati a sensibilizzare e responsabilizzare le istituzioni dei territori in cui risiedono i clandestini, spesso risulta inefficace per ragioni organizzative e di controllo. In ambienti d’estrema povertà, degrado e violenza, le leggi sono disattese. Difficilmente quindi questi viaggi clandestini sono ostacolati dalle forze dell’ordine locali, spesso compromesse con le organizzazioni malavitose e conniventi con il potere politico. Lo scandalo di questi ultimi anni di storia, reso noto dai mezzi di comunicazione, mette in rilievo la mancanza di coscienza, l’indifferenza, la selezione umana dei più deboli. Il perbenismo culturale e l’indifferenza politica ci hanno invaso solamente di parole e di promesse. Qualcuno di noi si è illuso che gli ultimi avrebbero almeno mangiato, una volta al giorno, gli avanzi dei ricchi. Non fu possibile. Qualcuno ha detto che il nostro mondo avrebbe bisogno di tante persone, come madre Teresa di Calcutta, pronte a percorrere le strade del mondo per dare aiuto e speranza ai poveri. Sono d’accordo, anche se occorre gridare, ai quattro venti, la virtù della giustizia, quella reale che assicura a tutti gli uomini, il necessario per vivere e crescere. In questi giorni in cui ricordiamo tutti i morti, non sia distolta la nostra attenzione dalle vittime senza una tomba, da quei corpi lasciati in balia del mare, della sabbia nel deserto. Pensiamo anche alle persone trucidate e buttate in qualche buca, nei pilastri di cemento o dati in pasto ai maiali. Tutte queste croci, erette nella nostra coscienza, diventino un segno di speranza.
*Fondazione Promozione e Solidarietà Umana