Commercio, raffica di no al progetto «licenza a punti»

Covà. Se lo dicessimo alla francese, Cova, il nome più genuino, breve e pronunciato della pasticceria meneghina, suonerebbe proprio così. E sarebbe in tema con quanto accade in questi giorni, perché Cova se ne va in un certo qual modo dalla sua Milano, essendo stato acquisito dalla holding LVMH, uno dei giganti francesi del lusso, in cui rientrano nomi quali Luois Vuitton, e che in Italia si sono già appropriati di marchi come Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, e Stefano Bi.
Ci dovremmo aspettare inediti macarons di gusto mezzo milanese e mezzo parigino, magari gialli con una crema di zafferano come il nostro risotto? Per ora pare di no, perché la famiglia Faccioli, con Mario, Paola e Daniela, rimarrà a far parte non solo del capitale della società, ma anche del management. Duecento anni di storia sotto il Duomo hanno fatto del locale di via Montenapoleone il «salotto» dolce-salato come una mandorla della bella vita, l'angolo appetitoso non solo per signore e signori cittadini ma anche per coloro che, chiamati qui da altre città dal piacere dello shopping, non omettevano di fare un passaggio dal «bar» che da sempre è lo status symbol di una bevibilità di lusso che solo Milano ha diffuso nel mondo.
Lo sviluppo internazionale della confetteria nata nel 1817 era già iniziato una ventina d'anni fa con l'apertura in franchising del caffè Cova a Hong Kong, in Cina e in Giappone, e visti i presupposti subirà un'ulteriore accelerata negli anni a venire dato il suo nuovo assetto voluto dagli eredi del Bonaparte guarda il caso proprio in via Montenapoleone! E la storia ci mette ancora un po' più di ironia se si pensa che Antonio Cova, il primo ofelliere a dar vita a questa realtà, era proprio un soldato dell'esercito del baldo còrso.
Forse per questo Prada, che aveva tentato la scalata alla pasticceria, non ce l'ha fatta: troppa poca storia nella bottega della cuoieria per i tavoli cui si sono seduti i protagonisti delle Cinque giornate, di movimenti letterali e culturali che ebbero in Giuseppe Verdi, in Mascagni e Puccini alcuni dei più grandi protagonisti.
Il XIX secolo era da poco iniziato quando Antonio Cova, già ofelliere in Galleria De Cristoforis, decise d'aprire bottega al lato del teatro la Scala. Da quel luogo risuonavano dolci melodie di violini tra i quali gli avventori sussurravano parole d'amore ma anche verbi decisivi per fare l'Italia. Con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale nel 1943 anche il locale fu distrutto, così nel 1950 aprì nella via più rappresentativa del quadrilatero della moda. Molte storie nascono nella pasticceria. Da qui parte uno dei panettoni donati per anni nei cesti natalizi, qui approdano alcuni avvenimenti milanesi come le feste per la vendemmia o San Valentino; nel 2007 - 2008 Cova riceve il riconoscimento dal Comune e dalla Provincia di Milano di Bottega Storica.
Un'altra azienda familiare che se ne vola via come una farfalla nelle rete del gruppo LVMH, che dopo aver acquistato la maggioranza mantiene però nella società le famiglie fondatrici: è accaduto così per Fendi, con Carla Fendi e Silvia Venturini Fendi; per Emilio Pucci con Laudomia Pucci e infine per Bulgari, con Francesco Trapani e i fratelli Paolo e Nicola Bulgari.
C'è una nostalgia che si sprigiona da queste vicende? Sì, c'è, perché il made in Italy sembra sfibrarsi in globalizzazioni economiche che un po' offendono. Ma c'è anche e sempre una continua domanda che non ci si può risparmiare: ma l'Italia è veramente capace di fare azienda?