«Compio 80 anni ma voglio suonare fino a 100»

A voler essere pignoli, la festa di compleanno andrebbe organizzata fra un paio di mesi, visto che è nato il 3 luglio (del 1935). Ma sono dettagli di poca importanza. Quello che conta è che oggi, al Teatro Strehler (ore 21; ingresso 11-16 euro), i più grandi jazzisti italiani - e non solo loro - si daranno appuntamento per rendere omaggio agli 80 anni di Enrico Intra: un evento unico, organizzato dal musicologo Maurizio Franco, che vede la partecipazione di mostri sacri quali Franco Cerri, Enrico Rava, Tullio De Piscopo, Enrico Pieranunzi e, ancora, Claudio Fasoli, Franco D'Andrea, Gianluigi Trovesi, Sergio Orlandi e Marco Gotti. Ma non mancheranno neppure il pianista classico Carlo Balzaretti, i direttori d'orchestra Riccardo Brazzale, Paolo Silvestri e Luca Missiti, oltre a Giovanni Allevi, Joyce Yuille, la Civica Jazz Band, Emilio Soana, Roberto Rossi, Giulio Visibelli, Gabriele Comeglio, Paolo Tomelleri, Mario Rusca e altri. Ottant'anni? Forse l'anagrafe mente, perché Enrico Intra - pianista, compositore, direttore d'orchestra, docente, fondatore negli anni Sessanta dell'Intra's Derby Club, organizzatore di eventi e molto altro - è ancora un vulcano di idee e progetti.

Maestro Intra, che concerto sarà quello di oggi?

«Sarà l'incontro con amici e colleghi con i quali ho suonato tante volte. Ci saranno dei duetti: io al pianoforte, per esempio, dialogherò con Enrico Rava alla tromba e con Enrico Pieranunzi al piano. Ci saranno anche dei momenti in trio (con Mattia Cigalini al sassofono e Paolino Dalla Porta al contrabbasso) e altri in quartetto. Ma non mancheranno spazi di improvvisazione pura».

Quando ha capito che la musica sarebbe diventata la sua professione?

«Quando mi sono reso conto di non poter fare il calciatore - risponde ridendo - In realtà sono stato condizionato da mio fratello Gianfranco, cinque anni più vecchio di me, che frequentava il Conservatorio ed era appassionato di jazz. Come spesso fanno i fratelli più piccoli, cercavo di copiarlo. Quando ho iniziato a suonare il piano, avevo solo 10 anni e per arrivare alla tastiera ricordo che dovevo mettere un po' di coperte sopra la sedia. Nella scelta di diventare musicista sono stati decisivi alcuni dischi (di Art Tatum, Oscar Peterson e Nat King Cole) portati a casa nostra dagli amici di mio fratello. Non smettevo di ascoltarli e di suonarli».

Lei è milanese doc, quali sono i luoghi e i ricordi più belli che la legano a Milano?

«Sono molto affezionato ai Navigli, a Brera, a certi angoli nascosti di Milano, ovviamente al Conservatorio e anche alla Palazzina Liberty. Ma mi affascinano pure le periferie, per esempio il Monte Stella e l'Idroscalo. E poi, naturalmente, c'è lo Strehler, che ormai è un po' casa mia».

Milano offre ancora opportunità per i giovani musicisti, o siete stati più fortunati voi 50-60 anni fa?

«Ogni generazione ha quello che si merita e ottiene dei risultati in base a ciò che fa. Gli spazi si aprono se si è curiosi, chi ha voglia di fare li trova. Ne sono un esempio i nostri studenti della Civica Jazz Band, che suonano ovunque».

Anni fa lei si esibì all'ufficio Anagrafe di via Larga. In quali altre location insolite di Milano ha suonato?

«Nel metrò. Vent'anni fa abbiamo portato il jazz sotto terra, montando cinque palchi in altrettante stazioni del metrò. L'idea era quella di avvicinare la musica alle persone, non viceversa. Una scelta che si è rivelata vincente e che poi è stata copiata da altri».

Tanti anni di insegnamento nell'associazione Musica Oggi e nella Civica Scuola di Musica Claudio Abbado: che cosa la spinge a continuare?

«È l'unica cosa che so fare - ride - e cerco di farla bene. Insegnare mi fa sentire vivo. Tra l'altro, il mio è un tipo di insegnamento che non parte dall'alto e, più che una scuola, la nostra è una comunità di persone, composta dai docenti e da 160 studenti, seri e scrupolosi, che si occupa di musica e che sta bene insieme».

È vero che non intende smettere di suonare fino a 92 anni?

«Lo confermo, a patto di non annoiarmi prima. Il mio riferimento non è Franco Cerri ma Rita Levi Montalcini, fino all'ultimo una grande persona vitale come poche altre».