"Il Comune tagli le tasse se vuole ridare vita a negozi e commercio"

Le ricette del presidente di Confesercenti ora in carica dopo il commissariamento

Andrea Painini, milanese di 39 anni, è al suo primo mandato da presidente provinciale di Confesercenti dopo il commissariamento.

Quali sono le misure che il Comune deve adottare per rilanciare il commercio?

«La crisi economica ha colpito duro i dettaglianti anche in Italia, portando alla chiusura un negozio su dieci. Sono oltre 90mila le imprese che hanno cessato o cambiato attività. A Milano e provincia, nel quarto bimestre 2016, per le imprese di commercio al dettaglio sia nel settore alimentare che non, il trend delle chiusure ha superato quello delle aperture: -142 unità. Le misure più urgenti sono di ambito fiscale, alleggerendo Imu, Tasi e Cosap ai massimi livelli. Poi sburocratizzare gli uffici e creare una regia tra Comune e associazioni per la pianificazione strategica».

A proposito di criminalità, è utile il lavoro del Comune con la Commissione antimafia per le feste di via?

«Sì ma devo dire che è molto difficile estirpare questo meccanismo ancora in pieno funzionamento. La recente normativa regionale Sagre in Regola dovrebbe aiutare i Comuni a pianificare eventi disincentivando gli improvvisati. Oggi a Milano resta complicato organizzare manifestazioni: costi e burocrazia, uniti alla mancanza di uno strumento che permetta di identificare operatori trasparenti e virtuosi, disincentivano gli imprenditori».

Quali proporzioni ha la crescita degli ambulanti?

«Dal 2012 al 2016 secondo Unioncamere, le attività di piccolo commercio sono cresciute del 30%. Incrociando i dati di Inps, Camera di Commercio e Agenzia delle entrate emerge che oltre 96mila operatori ambulanti, di cui più di 70mila extracomunitari, hanno iscritto nei registri camerali la propria impresa per poi svanire nel nulla senza versare tasse né contributi».

In molti si lamentano dei cento mercati settimanali milanesi, per quantità e qualità. Cosa ne pensa?

«È una realtà su cui non si è mai investito. I mercati sono brutti, manca controllo delle forze dell'ordine, non ci sono investimenti strutturali, ma resta un ambito su cui investire visto che l'ambulantato cresce, soprattutto tra gli stranieri. Una soluzione potrebbe essere dividere tra quelli di prima necessità e quelli per turisti. E l'ortomercato andrebbe raso al suolo e ricostruito».

Lei chiede anche regole più rigide contro la corsa al ribasso del settore. Sa che da anni c'è chi paga i servizi della polizia locale con bollettini falsi?

«C'è necessità di maggiori controlli. Un esempio: le giostre sono un fenomeno che piace, ma la città imborghesita tende a emarginarle, quindi, chi vuole lavorare affronta un calvario. Non si riesce a individuare una zona dove installare le attrazioni che non sia all'Idroscalo? Siamo tutti così snob da non volere le giostre? Non dico di creare un parco divertimenti in centro, anche se a Londra una ruota panoramica l'hanno messa. Lo stesso problema l'abbiamo avuto con Expo: la paura di trasformare tutto in un grande mercato ha depotenziato gli eventi in città: il vero successo sarebbe stato aver avuto l'Esposizione dentro la città!».

Il problema dello scollamento di Expo da Milano si propone con lo spostamento di Città Studi. Che cosa ne pensa?

«Siamo contrari. Da tempo Confesercenti punta a togliere ai commercianti il ruolo corporativista e valorizzarli come libero cittadino che vivono dinamiche economiche allargate e trasversali. Abbiamo aderito al manifesto per Città Studi insieme ai comitati cittadini, studenteschi e dei lavoratori per opporci a un'operazione che non fa gli interessi dell'università e uccide un quartiere attivo e vitale».

Poche settimane è stata presentata un'interrogazione comunale che chiedeva la verifica della compatibilità della vicepresidente con delega all'Urbanistica in quanto docente del Politecnico. Anche l'ex assessore comunale all'Urbanistica è professore di quell'ateneo.

«Tutta l'operazione è un conflitto di interessi. L'attuale sindaco era commissario di Expo: in che maniera può essere super partes?».

Però questo è il modello della città multicentrica.

«E ci piace, ma lì cosa resta? I district si basano sulla caratterizzazione. Quella si chiama Città Studi non a caso. Se togli gli Studi cosa resta? Siamo favorevoli a una città policentrica, ma non ci dev'essere una zona che si sviluppa a scapito di un'altra, soprattutto se le realtà sono di natura speculativa e scevre di ricadute socio economiche compensative. I quartieri sono ecosistemi che si fondano su equilibri delicati tra edifici privati, a funzione pubblica, negozi e attività artigianali-manifatturiere. Espiantare università e ospedali da un quartiere senza avere un progetto alternativo può causare danni irreparabili. Dal 2006 al 2016 sono andati perduti in Italia 126mila mq di negozi, a fronte di un incremento di quasi 1.500.000 mq di strutture di medie-grandi dimensioni».

Come vede il futuro?

«Come una città più slow, dove la bellezza sia il valore aggiunto. Milano è pronta per sperimentare, ma dovrebbe osare in quello della mobilità sostenibile. Da tempo abbiamo chiesto un incontro all'assessore Granelli, che non ci ha ancora risposto, per spiegare i nostri progetti».