Le confessioni di Martini a colloquio con Montanelli

Ampi stralci dell'incontro raccontato sul "Giornale": il padre, il rapporto con Wojtyla, gli inizi duri a Milano

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Indro Montanelli a Carlo Maria Martini, uscita sul Giornale» del 10 maggio 1983. Alcune parti del colloquio con il biblista gesuita morto a
Gallarate il 31 agosto del 2012 sono state riprese nel film documentario «Carlo Maria Martini profeta del Novecento», di Antonia Pillosio e Giuseppe Sangiorgi. Nel film gli anni del terrorismo, che coinvolsero l’allora direttore de «il Giornale», gambizzato nel 1977, e l’arcivescovo, al quale i brigatisti consegnarono le armi nel 1984. Prodotto da Rai e Fondazione Carlo
Martini, andrà in onda il 6 settembre alle 21.30 su Rai Storia.

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Eminenza, i milanesi senza eccezioni, credo hanno un enorme rispetto del loro Arcivescovo, vedono con quanto zelo e rigore assolve la sua missione pastorale, ne ammirano la cultura. Ma non sanno chi è. Voglio dire: non sanno che uomo è sul piano personale e nel rapporto umano, sanno poco di lui, della sua vita.

«Non credo che ci sia molto da sapere: la vita di un uomo di Chiesa è la Chiesa».

Certo. Ma lo è, suppongo, dal momento in cui entra al servizio della Chiesa. Prima avrà avuto anche lui una famiglia, una fanciullezza, forse delle tentazioni, forse delle esitazioni.

«Forse. Ma non è il mio caso. In questo, devo ritenermi molto fortunato perché non ho mai avuto dubbi sulla mia vocazione. Ma lei pensa che queste vicende personali (...) possano interessare a qualcuno?».

Ne sono sicuro. Posso chiederle se la sua vocazione fu favorita da un ambiente familiare particolarmente devoto e magari con tradizioni diciamo così talari?

«Oh no. La mia era una tipica famiglia del vecchio Piemonte borghese. Devota era mia madre. Mio padre, ingegnere, era molto rispettoso della Chiesa, ma quanto a frequenza si contentava del minimo. La sua religione si esprimeva soprattutto nell'onestà, nella lealtà, nel rispetto della parola data. Nell'osservanza di questi principi e valori era molto rigoroso».

E come accolse la sua decisione di prendere i voti?

«Be', non posso dire che ne fu proprio felice».

Non se l'aspettava?

«Credo di no. E credo anche che se avesse potuto immaginarlo, si sarebbe ben guardato dal mandarmi in quel collegio di gesuiti Collegio per modo di dire perché c'andavo solo per frequentare le lezioni: di sera tornavo a casa. Ma è proprio sicuro che queste cose possano interessare i suoi lettori?».

Sicurissimo, Eminenza.

«Be', se lo dice lei. Insomma, fu proprio in quel collegio dove entrai dopo le elementari, quindi ancora quasi bambino, che ebbi i primi segni della vocazione».

Fu merito di qualche suo compagno o insegnante?

«Gl'insegnanti erano molto bravi e severi. Ma non ci parlavano molto di vocazione. Quando ne vedevano qualche segno in qualcuno, preferivano sottoporlo alla prova del tempo, e mettevano in chiaro le rinunzie che la vocazione comporta Di tutti i ragazzi del mio corso, io solo poi presi i voti ed entrai nella Compagnia».

Dicevamo di suo padre, quando lei gli annunziò questo proposito.

«Sì. Rimase interdetto».

(...)

«nella Compagnia non si chiede, né si rifiuta nulla. Non potei rifiutare nemmeno la nomina ad Arcivescovo di Milano (...)».

Ecco, Eminenza, su questo punto corrono tante voci, che forse non vale neanche la pena di smentire. Ma a me piacerebbe sapere com'era nata la sua grande amicizia con papa Wojtyla.

«Ho grande ammirazione per Giovanni Paolo II. Avevo conosciuto Papa Wojtyla nel 72 quando era Arcivescovo di Cracovia. Venne a visitare il Biblicum, e m'invitò nella sua città dove doveva svolgersi un convegno di biblisti, la mia materia. Ci andai con mio fratello anche per rivedere molti miei ex-allievi. L'Arcivescovo, che faceva gli onori di casa, non ebbe ovviamente molto tempo da dedicarmi. Non ebbi più con lui alcun contatto, nemmeno epistolare, fino all'autunno del 79 quando, eletto Papa, convocò in Vaticano i rettori delle Università ecclesiastiche romane. Volle essere informato di tutto, poi ci trattenne a cena, ma non dette nessun segno di particolare attenzione nei miei riguardi. Due mesi dopo, venne a visitare la Gregoriana e fu lui, quella volta, che rimase a cena da noi, ma nemmeno allora dette segno di particolare interesse per me. In capo a due giorni venni convocato in Vaticano presso la Congregazione dei Vescovi. Credevo che si trattasse di roba d'ufficio attinente alla Gregoriana. E invece mi consegnarono la Bolla con cui il Santo Padre mi nominava Arcivescovo di Milano».

Nulla gliel'aveva lasciato presagire?

Assolutamente nulla.

E cosa provò?

«Un grande sconcerto, che tradussi in una lettera al Papa, in cui esponevo tutti i motivi che avrebbero dovuto sconsigliare la mia nomina».

Cioè?

«Innanzi tutto, il precetto di Sant'Ignazio, che fa divieto ai Gesuiti di accettare cariche ecclesiastiche, a meno che, si capisce, non si tratti di ordini del Papa, cui è dovuta obbedienza assoluta... Credo infatti che allora non vi fossero altri Vescovi gesuiti in Europa... Poi feci notare la mia scarsa preparazione ai compiti pastorali, specie dovendo svolgerli nella più vasta o popolosa diocesi italiana... Infine, chiesi al Papa di potergli esporre a voce tutti questi dubbi e timori. Due giorni dopo mi chiamò, gli aprii il mio animo...».

E lui che disse?

«Mi augurò di passare un buon Natale perché eravamo alla vigilia. Infatti lo passai tranquillamente perché credevo che il Papa si fosse anno alle mie ragioni. Invece il 28 mi comunicarono che l'indomani il Papa avrebbe reso ufficiale la mia nomina. Certamente le ragioni che gliel'avevano suggerita erano più valide di quelle mie. Ma quali siano queste ragioni, non l'ho mai saputo».

E ora, Milano...

«Bè, il primo anno e mezzo è stato duro, non perché abbia incontrato difficoltà ambientali, ma per la diversità dei problemi a cui non ero preparato. Io mi ero sempre mosso nel chiuso e nel silenzio di aule e biblioteche, e qui dovevo affrontare non solo l'aria aperta di una diocesi gremita di parrocchie, ognuna delle quali coi suoi problemi, ma anche il confronto con una realtà sociale ed economica estremamente complessa, di cui mi sono occorsi tempo e sforzi per afferrare le fila. Anche dal punto di vista esistenziale ho dovuto, per così dire, rivoluzionarmi per far fronte a una vita di relazione cui non ero abituato. Per fortuna reggo bene la fatica, non ho problemi di sonno perché dormo le mie sei ore filate, e soprattutto posso contare sull'assoluta dedizione dei miei collaboratori. Ma mi è mancato lo studio, che per me è la rinunzia più dolorosa. Ora, per fortuna, riesco a ritagliarmi qualche fetta di tempo, specie la sera, da dedicare ai miei testi biblici. Ma la gioia ch'essi mi danno è un po' avvelenata dal rimorso. lo sono qui per servire la comunità ambrosiana, per aiutarla a difendersi dalle tentazioni che insidiano la coscienza cristiana: il compromesso, il permissivismo, un certo qualunquismo... La società lombarda è straordinariamente generosa, ma spesso si lascia sopraffare, come dire, dalla quotidianità della vita. E io sono qui per ricordarle i valori assoluti del Vangelo».