Controlli sui vestiti, turiste arrabbiate

Canotta, shorts, sandalino, lei; t-shirt, pantalone fino al ginocchio, infradito, lui. E' la tenuta, per non dire la divisa, del turista in vacanza per Milano, che ciabatta dal Quadrilatero della moda al Cenacolo di Leonardo con nonchalance, ma il giochetto nude-look s'inceppa non appena arriva davanti alla porta del Duomo. «No canotta, no shorts» è la litania che le guardie della cattedrale recitano parecchie volte, indicando il cartello con la scritta, smistando con rigore una fila che, grazie al cielo!, va infoltendosi ogni giorno di più. I volti turistici assumono svariate espressioni: delusione, incredulità, sconcerto, ira; non sono infrequenti le scene di ribellione non appena uomini e donne vengono a sapere che non possono entrare in cattedrale se gli abiti non sono decorosi quanto adeguati per il luogo in cui s'accingono ad entrare.
Erika, 26 anni, di Arona, ha una canottina beige con spallina sottile. E' rimasta fuori sul sagrato mentre la sua amica polacca, che teneva per fortuna una stola in borsa, è entrata a visitare il tempio dove una volta le nonne non pregavano se non avevano addirittura in testa il velo di pizzo nero. Alcune nipoti lo conservano come un cimelio. «Sono vissuta in Francia - racconta -. Non mi è mai accaduto di non poter entrare in una chiesa, compresa Notre Dame, perché ho le spalle nude. Questa è la regola? Allora che il Duomo s'attrezzi come le moschee: fuori dalla porta devono essere distribuiti appositi abiti o scialli con cui una donna possa adeguatamente coprirsi. Continuiamo a sostenere che il turismo deve diventare una delle nostre risorse, ma se facciamo così allontaniamo la gente invece d'attirarla».
Incredula di fronte a questo divieto una famiglia di Singapore. In quattro sono rimasti fuori perché Adiditi, 14 anni, ha lo stesso problema di Erika. Stralunati anche Alexander, 20 anni, e Nicole, 16 anni, che provengono dalle isole Canarie. «In Spagna la nostra tenuta è considerata normale - confessano - forse perché fa molto caldo, ma i pantaloncini corti e la canottierina in una chiesa sono concessi». Mentre con un sorriso beato passano dalla porta due fratellini olandesi, uno con la maglia del Milan e l'altro con quella dell'Inter, le persone «vietate» aumentano. Viene fermata anche la famiglia Rigoni di Venezia per la figlia Isotta, ventenne, occhi verdi, gambe lunghe e nude. «Se mi copro le spalle con una sciarpa?» chiede alla guardia, che risponde: «Beh, ma rimangono sempre fuori le gambe». «Questa cosa non ha senso - protesta Isotta -. Se si vuole proteggere il Duomo da qualcosa di scoveniente, allora dovrebbero guardare nei cattivi pensieri delle persone, ma l'abito non è lo specchio del pensiero». Come dire: l'abito non fa il monaco che in chiesa ci entra regolarmente.
Domanda: tu andresti al matrimonio della tua migliore amica vestita così? Isotta è un po' imbarazzata, ma sincera. «No». Perché? «Per rispetto alla sua festa. Ma qui non c'è una cerimonia e poi il luogo è pubblico». Non è pubblico è di Dio. «Non credo in Dio, ma questo non c'entra nulla» sentenzia Isotta Rigoni, mentre è costretta ad allontanarsi dalla fila per cercare nella sporta tutto quello che ha per raggiungere il look consentito.
Intanto sui gradini del sagrato una comitiva si siede per terra alla ricerca di un po' di riposo. Anche tra loro le nudità non mancano: i polpacci irsuti degli uomini sbucano dai pantaloni al ginocchio e i piedi, non sempre curati, s'allargano a papera nell'infradito; le braccia e le ascelle delle donne sudano ma sono rigorosamente depilate. Su signore e ragazze non si vede un pelo, segno che sulla cura del corpo, famigerato tempio di Dio, non si transige. E allora perché la donna, ricettacolo di bellezza, non insegna anche l'eleganza contegnosa di un'ormai introvabile nobiltà d'animo? Il caldo è una scusa, è risaputo che i Tuaregh del deserto sono coperti con burqua di lana blu. Il problema è un altro: spesso vestirsi è una scocciatura e almeno in vacanza ci si vuole sentire liberi da ogni costrizione. Ma è la sciatteria una conquista della nostra civiltà?