Corvetto fra mafia, arabi e arte di Prada

Tutte le contraddizioni di un quartiere Bronx, ma anche laboratorio del futuro

Kamale Harache poteva venire ammazzato solo in piazza Ferrara: perché in quel mosaico dai confini assai netti che è il Corvetto, per gli spacciatori arabi il luogo di affari e di ciondolamento è lì, la brutta piazza con al centro il mercato comunale. Lì i pusher nordafricani fanno quel che gli pare e nessuno gli pesta i piedi. Ma se si spostassero anche solo di due o tre isolati, verso piazzale Gabrio Rosa o verso via Romilli, si troverebbero come pesci fuor d'acqua. E dovrebbero fare i conti con altre etnie, italiani compresi, che non gradirebbero l'invasione di campo. Perché il Corvetto è affollato, una densità abitativa che neanche a Shangai: e così per sopravvivere bisogna rispettare le regole, ognuno sul suo territorio, senza sgarrare, altrimenti è un guaio. Per adesso fila tutto liscio e se a volte ci scappa il morto o il ferito, avviene tutto all'interno della comunità. La guerra tra sudamericani e arabi che insanguinò via Padova qui, almeno per ora, non si è vista. E nessuno si sogna di mettere in discussione il potere degli italiani, i vecchi clan mafiosi e malavitosi che intorno a piazza Bonomelli hanno da sempre un habitat protetto. I grandi business continuano a gestirli loro, nel resto del quartiere i nuovi barbari possono spacciare e trafficare, purché non si allarghino troppo e non alzino la testa.

Ma quanto durerà? Il problema, per gangster e balordi di ogni origine è che il Corvetto sta cambiando, cambiando in fretta. E la vecchia, tradizionale convivenza tra gente perbene e permale, tra operai comunisti e pendolari di San Vittore, appartiene al passato. Sui terreni delle fabbriche dismesse spuntano palazzi da quattro e cinquemila euro al metro, d'altronde con la linea gialla in sei minuti si arriva in piazza del Duomo e il Corvetto si popola di nuovi abitanti poco avvezzi alle asprezze della convivenza. A ridosso della ferrovia, che finora era il vero spartiacque dalla Milano dei sciuri , ha aperto la rutilante fondazione Prada e il metrò sbarca frotte di turisti accaldati che percorrono via Benaco, e affollano il leggendario Ristoro Tajoli fotografando increduli i menu del pranzo completo a undici euro; il magma della modernità si spande in un fiorire di gru verso viale Ortles e fino a via Marco d'Agrate. Hic sunt leones , era come se fosse scritto una volta in questa parte delle mappe della città, zone dove si orientava e si trovava a solo agio solo la popolazione indigena o quanto meno ben radicata e dove anche le Alfa dei carabinieri si spingevano malvolentieri. Oggi tutto cambia e chissà cosa sarà il Corvetto di domani.

Per ora, l'evoluzione avanza a chiazze: di qua il degrado, di là i loft. Per averne un riscontro basta guardare quanto brutalmente cambi il bacino d'utenza e quindi la piccola clientela, dei due asili di via Oglio che pure stanno a un solo numero civico di distanza. Unico intervento visibile dello Stato quello di via dei Cinquecento, l'enorme blocco di case popolari che pezzo a pezzo viene ristrutturato, ripulito, e solo alla fine si capirà se le crepe spariranno solo dalle facciate o anche dentro, dai rapporti sociali disgregati che il blocco ha ospitato per anni e che tanta parte hanno avuto nel rendere il Corvetto un posto dove era duro vivere, ma che ha prodotto cantori indimenticabili come Ivan Della Mea e Bruno Brancher.