«Così ho convinto 750mila cinesi a venire»

L'Expo parlerà cinese. E si poteva anche immaginare. Ma cosa diversa è se a dirlo sono già i primi numeri che annunciano una massiccia partecipazione in arrivo dall'Oriente. Alessandro Rosso, nato a Torino ma milanese d'adozione, classe 59', è un imprenditore nominato dal Consiglio Cinese per la Promozione del Commercio Internazionale (CCPIT), fornitore ufficiale del Padiglione Cinese ad Expo Milano 2015 per l'organizzazione di eventi, logistica, viaggi e servizi di accoglienza. Con il suo gruppo ha infatti siglato un accordo per portare 750.000 visitatori cinesi ad Expo Milano 2015. Il gruppo Rosso sviluppa sinergie con la Cina creando l'ambiente favorevole per trainare il turismo cinese in Italia. Alessandro Rosso è inoltre Presidente del Club Commissari Expo, World Expo Commissioners Club.

Lei porterà 750.000 cinesi all'Expo 2015. Come è riuscito a stabilire un accordo per un numero così elevato?

«Partiamo da lontanissimo: nel 2009 in piena crisi economica mondiale in cui le luci e i fari guida erano pochi noi abbiamo individuato nella Cina un fermento, un'opportunità per aiutare le nostre piccole- medie imprese italiane a indirizzarsi per trovare una nuova via alle loro merci. Nel 2007-2008-2009 la Cina era ancora considerata, sia dalla stampa che dai milanesi, come un Paese nel quale far produrre delle merci a basso prezzo e non come un utente di sbocco per i propri mercati del lusso. Questo cambio, che oggi diamo per scontato, è avvenuto però attraverso tre anni di divulgazione mediatica dove si informava che la Cina non era più il Paese di prima ma era diventato il primo Paese nel settore del lusso, la Cina era avanzata, il PIL cinese correva più di tutti, le imprese cinesi volavano, eccetera».

Quindi che cosa fece per convincerli?

«Nel 2009 qui a Milano eravamo ancora in contrasto con China Town di via Paolo Sarpi. Nessuno riusciva a vedere la comunità cinese come un'opportunità e un aereoporto virtuale per far arrivare i cinesi importanti che investissero nel nostro Paese. Io allora feci una campagna pubblicitaria con manifesti da 3 metri per 2 nei due aeroporti di Milano legata all'Expo 2010 e a Shangai. Dicevo in poche parole che l'Expo 2010 Shangai era la più grande opportunità di business di questi 10 anni. Lo slogan era: «Io ci vado, e tu?». In questo modo per sei mesi questa campagna riecheggiava negli occhi e nella mente delle persone.

E che cosa è successo?

«Molte persone hanno visto in questo viaggio, anche solo di conoscenza, una nuova Cina, una nuova opportunità, un nuovo mercato, e hanno capito che la Cina era diventata un nuovo sbocco per le nostre imprese. Questa cosa non è passata inosservata agli occhi dei cinesi... Pochi sono disposti a investire in comunicazione per un altro Paese, in pratica la mia azienda ha poi anche sponsorizzato la squadra italiana dell'Expo di Milano per andare in Cina. Ho potuto anche notare che molte imprese italiane hanno accettato il nostro “invito figurato” e si sono recate all' Expo di Shanghai autonomamente. I cinesi, a cui tutto ciò non sfuggì, considerarono l' investimento come un atto di amicizia verso il loro Paese ed ebbero poi nei nostri confronti un atteggiamento di riguardo».

Poi che cosa è successo?

«Sono andato Cina e ho proposto: bene, adesso l'Expo è a Milano, avrei bisogno che voi portaste un milione di turisti. Ovviamente un milione di turisti è una cifra molto importante che anche un paese come la Cina fa fatica a veicolare. La loro risposta fu cauta correttamente: faremo del nostro meglio. In realtà dietro quella frase c'era un'enorme macchina organizzativa».

Che era già pronta a partire?

«Sì, la Cina infatti crede molto in Expo Milano 2015 e sarà presente con ben tre padiglioni. Vale a dire: il padiglione ufficiale, quello della Vanke, quello della città di Shanghai. Quindi portare masse così importanti di turisti diventa un fatto di importanza nazionale. I turisti sono dei “colonizzatori culturali”. Finita la guerra, l'America colonizzò l'Italia attraverso una massa importante di turisti. E quindi anche soltanto a livello d'accoglienza nacque un qualcosa che non si era mai vista prima: la colazione all'americana. In Italia allora non si mangiavano le uova con il bacon o i corn flakes, in Italia si prendeva il cappuccino con la brioche. Infatti nacque nel menù la colazione italiana e la colazione americana. Da ora, poco alla volta sarà normale avere in alcuni hotel la colazione cinese, vale a dire che ci si adatterà ad un nuovo tipo di turismo, quello asiatico, che invaderà l'Europa e porterà soldi».

Per l'Expo lei inaugurerà un nuovo hotel milanese?

«Sì, ho preparato una location unica per eventi per l'Expo che si chiama “Duomo 21” che fa parte di questo nuovo hotel con 14 suite “Town House Duomo” che ha il vantaggio di essere l'unico ad affacciarsi direttamente in piazza Duomo con all'interno ben 4 ristoranti. In questo modo i turisti di ogni nazionalità potranno svegliarsi la mattina godendo di questo panorama mozzafiato».