Così nonno Georgios finì per amare e capire gli ex nemici tedeschi

Dalla prigionia militare al lavoro di Bonn. L'avventurosa vita di "papoù" Prelorenzos fra feta e divani di velluto nell'isola di Tinos

Sembrerò melodrammatico ma, con tutto quello che si legge e si sente in questi giorni, è per me impossibile non ripensare a mio nonno, Georgios Prelorenzos. Papoù, come oggi anche i miei figli chiamano mio padre. Lo rivedo in una delle tante volte in cui mi raccontava l'arrivo dei soldati italiani nella sua isola: Tinos, la sua cattura (vestiva la divisa dell'esercito greco), la sua detenzione.

Da piccolo non capivo: cosa c'entrava il nonno con la guerra vista nei film? E cosa c'entravano i soldati italiani, mai visti né a fianco né contro John Wayne e il suo mitra? Aspettavo il passaggio che mi inorgogliva sempre molto, raccontato con occhi sinceri, quando teneva a distinguere tra i miei compatrioti italiani, dipinti quasi come compagni di sventura e i tedeschi dalla cui ferocia bisognava tenersi lontani.

L'episodio della mucca confiscata dagli italiani alla sua famiglia, macellata e distribuita alla popolazione, l'ho via via valutato diversamente, crescendo. La storia di Papoù finì bene. Riuscì a liberarsi e continuò a combattere. Poi si trasferì a Costantinopoli dove nacque sua figlia Marie Antoinette, mia mamma, che conobbe in gioventù e poi sposò proprio un italiano, levantino di Costantinopoli, Renato, mio papà. Dopo qualche tempo, non era davvero più un posto buono per i cristiani in cui far nascere i figli e quindi mio fratello Enrico nacque ad Atene. E poi neppure più per vivere. Ecco perché si trasferirono a Milano dove sarei nato dopo qualche mese.

Non solo un genero e nipotini italiani per Papoù: il lavoro lo portò tanti anni proprio in Germania, a Bonn - Bad Godesberg, e poi anche a Bruxelles. Per un greco, oggi diremmo un predestinato. Sviluppò una stima incondizionata per gli ex-nemici tedeschi che in vecchiaia si trasformò in mito. Se i greci erano greci, gli italiani erano buoni come i greci, andava però detto che qualunque cosa fatta in Germania era perfetta e da preferire a prescindere.

L'ultima volta che lo andai a trovare con mia moglie Barbara nella sua casa sull'isola era compiaciutissimo di poterci mostrare i (caldissimi) divani tedeschi di velluto che da Bonn aveva portato fino a Tinos. Se n'è andato da qualche anno, serenamente e da poco lo ha raggiunto anche la sua sposa, (bis)nonna Evlalia, per i pronipoti Grande Yayà.

Come per tutta la loro vita, anche professionale, insieme, saranno intenti a preparare manicaretti per i loro ospiti di ogni parte del mondo. A lui però, mi ha sempre detto, bastano Feta e olive per stare anche un secolo su un'isola deserta.

Unico lusso, qualcuno per giocare a Tavli e litigare un po', imprecando in sette lingue diverse. Ne sento tante sulla Grecia d'oggi. Papoù e Yayà erano due grandissimi lavoratori, di quelli che hanno fatto grande l'Europa.

Il Cielo al nonno Georgios ha risparmiato questi anni tristi per il suo, il mio popolo. Lo vedo alzarsi dalla sedia, tra un lancio di dadi e l'altro, sorseggiando Ouzo , per girarle attorno per scaramanzia. Intento a guardare lontano, il suo sguardo si perde nel vuoto. Gli appare la mitica Poli, la città ponte tra Occidente e Oriente e delle mille diaspore o la ventosissima e amatissima Tinos (beninteso solo la sponda cattolica!). O forse qualche amico Fritz.

Ci sono molti posti che lui ha chiamato casa e nel suo cuore, con affetto e gratitudine, c'è un grande spazio, ebbene sì, anche per la sua meravigliosa Germania. Ciao Papoù. Ovunque tu sia, benedici le terre dove hai vissuto, lottato e sognato e i popoli di cui ti sei sentito figlio e fratello. Ne hanno bisogno.