Così il pentito «liquida» la strage del luglio '93

Chiede sommessamente perdono. Sostiene di aver commesso «cose mostruose», di aver vissuto «un'esperienza terribile» nella sua vita da criminale e, insieme ai suoi complici, di aver «venduto l'anima a Satana». Vien quasi da mettere le mani sul fuoco sulla rivoluzionaria e sincera trasformazione anche interiore di Gaspare Spatuzza, detto U Tignusu da quando ha cominciato a perdere i capelli. Una rinascita che avrebbe fatto di lui - già appartenente a Cosa Nostra e uomo di fiducia dei fratelli boss mafiosi Giuseppe e Filippo Gravia - un altro uomo, completamente cambiato. Decisosi persino a diventare collaboratore di giustizia. Perché «(...)ora quando vado a letto mi sento onesto e in pace: so che tutto quello che posso fare per la legge lo sto facendo, poi mi metto nelle mani di Dio». Tuttavia tutta questa enfasi sul pentimento, che tira in ballo persino il Diavolo come entità del male con la m maiuscola e addirittura chiama in causa il Bene e il divino, si affloscia e perde di credibilità, di significato quando il collaboratore di giustizia Spatuzza - citato ieri come teste dal pm milanese Paolo Storari e intervenuto quindi in video collegamento dal carcere nel corso dell'udienza di apertura del processo a carico di Filippo Marcello Tutino, il presunto basista della strage compiuta da Cosa Nostra il 27 luglio 1993 in via Palestro - parla proprio di quell'attentato milanese nel quale persero la vita 5 persone e altre 12 restarono ferite. Spatuzza, che partecipò all'esplosione dell'autobomba davanti al Padiglione di arte contemporanea, ieri ha liquidato quei cinque morti come «incidenti di percorso». «L'obiettivo in via Palestro e in via dei Georgofili a Firenze erano i monumenti, non le vite umane. - ha spiegato l'assassino di don Pino Puglisi -. Quello che avvenne erano conseguenze non cercate». Così, non importa se il collaboratore di giustizia Spatuzza all'inizio del suo intervento in aula si era definito «responsabile di una quarantina di omicidi» chiedendo «perdono alla città, alle vittime e ai loro familiari». Spatuzza resta Spatuzza. Un uomo per il quale i morti di una strage programmata sono appunto «incidenti di percorso».