Così Riina scatenò la faida

Da Palermo partì un ordine, e la Milano del crimine cambiò per sempre. A distanza di ventisei anni, una sentenza fa luce sul delitto che più di ogni altro ha condizionato l'evoluzione della presenza mafiosa sotto la Madonnina, innescando conseguenze a catena che neppure i suoi responsabili avevano previsto. Era il primo giorno di giugno del 1987. Davanti a una villetta di Liscate, due killer scesi da una Fiat Regata fulminarono un uomo di mezza età, che nel paese tutti conoscevano come ingegner Michele Tartaglia. In realtà si chiamava Gaetano Carollo, ed era il capo del mandamento mafioso di Resuttana, che da anni se ne stava da indisturbato latitante alle porte di Milano. Lo Stato non sapeva dove fosse, ma la mafia sì. L'ordine di ucciderlo era partito dalla Cupola di Cosa Nostra. I corleonesi di Totò Riina avevano dato il via alle loro operazioni di sterminio al nord.
Venerdì sera una sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano, ribaltando le assoluzioni decise in primo grado, condanna mandanti ed esecutori di quel delitto. Per ammazzare Carollo, dice la sentenza, la Cupola si rivolse al capo della commissione provinciale di Caltanissetta, Giuseppe «Piddu» Madonia. Perché? Perché a Milano Madonia aveva a disposizione uno staff di killer efficiente: tra cui Cataldo Terminio e Antonio Rinzivillo, i due esecutori materiali del delitto. Madonia e Rinzivillo vengono condannati all'ergastolo, Terminio a trent'anni. Solo l'ostinazione di un pubblico ministero sgobbone come Marcello Musso, della Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha permesso che dopo oltre un quarto di secolo si facesse luce.
Se l'«ingegner Tartaglia» non fosse stato ammazzato, se avesse potuto continuare a fare sereno i suoi affari edilizi con la Monti Immobiliare, a rilevare terreni e a costruire, l'intero film dei rapporti tra mafia e giustizia a Milano sarebbe stato diverso. Gaetano Carollo venne ucciso; e sparì, vittima della «lupara bianca», suo figlio Pietro. Solo l'improvviso vuoto di potere costrinse a salire nella gerarchia del clan il figlio minore del boss: Antonino, detto Toni, quello che nei piani originari era destinato a studiare, e a incarnare la faccia pulita della famiglia. E invece si trovò, probabilmente suo malgrado, a diventare la cerniera tra i due mondi: uomo di droga, circondato da vecchi e rodati trafficanti; ma anche uomo di impresa, relazioni pubbliche, politica, in grado di raggiungere con i suoi emissari anche i piani alti di Palazzo Marino. La retata della Duomo Connection, nel maggio 1990, quando Toni Carollo finì in galera insieme a tutta la sua rete di narcos e di colletti bianchi, segnò il giorno zero delle inchieste antimafia a Milano.
Ma un buco nero, nella ricostruzione di quei passaggi fondamentali della storia della Milano nera, era rimasto: chi aveva innescato tutto, ammazzando un padrino di primo piano come Carollo? Oggi, il buco è stato colmato.