Cozzi, niente ergastolo "Uccise il suo amico, ma non fu premeditato"

Condannato a 24 anni in appello il volto tv già in carcere per un altro omicidio identico

«Se lo assolvevano era peggio». Seduta sulla panca della grande aula della Corte d'assise, la moglie di Alfredo Cappelletti ha appena ascoltato con accanto i suoi figli la sentenza d'appello. Alessandro Cozzi era amico di suo marito, lavorava con lui, andavano insieme a messa. E il 16 settembre lo ammazzò con una coltellata, nel suo ufficio di via Malpighi: questo disse la sentenza di un anno fa e mezzo, e questo conferma ieri la Corte d'assise d'appello. Il problema è che Cozzi in primo grado era stato condannato all'ergastolo, e ieri si vede ridotta la pena a ventiquattro anni. È uno sconto importante, perché - tra riduzioni di pena e benefici - consentirà all'imputato di uscire di cella prima di essere vecchio.

Non è questo, però, a turbare la vedova e i figli. È il motivo della decisione della Corte: Cozzi schiva l'ergastolo perché, dice la sentenza, non ci fu premeditazione. Avrebbe ucciso Cappelletti d'impeto, nella quiete del pomeriggio domenicale, nell'ufficio deserto e silenzioso. Una sorta di raptus senza aggravanti. Ma ai Cappelletti non torna, e per più di un motivo. A partire dal più semplice: l'arma del delitto, il coltello con cui, con un solo fendente al fianco sinistro, venne ucciso l'imprenditore. Quel coltello nell'ufficio non c'era mai stato. Poteva averlo portato solo l'assassino: il giorno stesso dell'omicidio, o nei giorni precedenti. Ma come si fa, allora, a dire che l'omicidio non era stato pianificato?

E c'è dell'altro: le voci che Cozzi aveva sparso nelle settimane precedenti, tra i dipendenti di Cappelletti. «È depresso, disperato, temo che voglia fare una sciocchezza». «È chiaro - dice Maria Pia, la vedova - che erano voci sparse ad arte, perché aveva già deciso non solo di uccidere mio marito ma anche di farlo passare per un suicidio». Un depistaggio completato da Cozzi, secondo la sentenza di primo grado, dopo avere ucciso Cappelletti, mettendo il coltello nella mano sinistra del morto: riuscendo ad ingannare gli inquirenti dell'epoca, che archiviarono il caso come suicidio nonostante gli espliciti dubbi dei poliziotti della Squadra Omicidi. C'era, oltretutto, un possibile movente: Cappelletti stava per licenziare Cozzi, di cui aveva scoperto una serie di comportamenti sleali e scorretti. Ma neanche questo convinse la Procura a indagare su Cozzi, mettendogli almeno i telefoni sotto controllo.

Niente da fare. Cozzi rimase a piede libero, potè continuare a andare in televisione a parlare di human resources, a trovarsi nuovi soci d'affari e a combinare altri pasticci. Uno dei soci si chiamava Ettore Vitiello, era un brav'uomo, ma Cozzi gli doveva diciassettemila euro che non voleva ridargli. Il 29 marzo 2011, davanti alla ennesima richiesta di appianare il debito, Cozzi uccise Vitiello con una raffica di coltellate. E quel delitto così simile riaprì le indagini su quello di tredici anni prima, frettolosamente archiviato.

Cozzi tra sei anni avrà finito la pena per avere ucciso Vitiello. Poi inizierà a scontare i 24 anni inflitti ieri.