Dai vigneti al podio Le «Barbatelle» del maestro Bacalov

La Verdi esegue all'Auditorium un'opera buffa che si ispira all'omonima commedia di Cignozzi

Simone Finotti

Se non è una prima poco ci manca: dopo l'esordio del 6 giugno scorso, in pieno clima Expo (e, cosa che non ha aiutato, proprio nella serata della finale di Champions League con la Juve), la Verdi torna a eseguire «Barbatelle - una di vino commedia», divertimento buffo su musiche di Luis Bacalov liberamente ispirate all'omonima commedia di Giancarlo Cignozzi. E stavolta l'opera, che va in scena all'Auditorium oggi (alle 20) e domenica 17 (alle 16) con regia di Carlos Branca, arie di Francesca Verducci e direzione dello stesso Bacalov, è inserita a pieno titolo nella stagione sinfonica dell'orchestra che l'ha commissionata. Sarà un successo? Ecco un Bacalov lapidario con ironia: «Naturalmente spero che facciano migliaia di rappresentazioni nei migliori teatri di tutto il mondo, ma chissà. Le opere si scrivono, poi le cose vanno per conto loro, inutile forzare la mano». E scherza: «In fondo anche Wagner ha aspettato anni per la sua Tetralogia». A proposito, il librettista Cignozzi non nasconde di stare pensando a una sua Tetralogia del vino, di cui Barbatelle non è che il primo tassello. Avvocato a Milano per 35 anni, è anche un noto produttore di Brunello e un insaziabile appassionato di musica: «Alle mie viti faccio ascoltare Mozart, è provato che fa bene. Sarà perché contiene la sequenza di Fibonacci», dice. Senza l'eredità del genio salisburghese nemmeno Barbatelle sarebbe mai esistita: «Mi sono permesso di saccheggiare la sua musica strumentale, che offre spunti infiniti», ammette Bacalov, «e questo forse non andrà giù all'accademia». D'altra parte, che si tratti di un'opera fuori dagli schemi non ci vuol molto a capirlo. Il tema, inconsueto e accattivante, è il «braccio di ferro» tra uve bordolesi e uve italiche, con una forte simpatia per queste ultime, ça va sans dire: tutto parte da un diverbio fra il «grandissimo, fortunatissimo» duca di Cabernet-Sauvignon («o se volete anche Roi Soleil», dice presentandosi), tiranno dell' impero bordolese ed emblema di una produzione vinicola massificata e globalizzante, e i vitigni italiani (Nebbiolo, Sangiovese, Amarone, ecc.), portabandiera della tradizione autoctona, che si uniscono in una «gran loggia vinicola» e insieme ai francesi dissidenti, come il Pinot Noir, organizzano una congiura. La spia prescelta è Malvasia, una sorta di Mata Hari che assiste, invitata da Merlot, a un direttorio tenuto dal duca. Ma questi non sono che i prodromi della rivoluzione che porterà alla caduta dell'impero e del presuntuoso duca, fatto prigioniero per la gioia degli italiani e delle uve transalpine autoctone. Alla fine il vero vincitore è il «terroir», depositario delle più profonde tradizioni e radici culturali del territorio. La doppia esecuzione, che non a caso cade nei giorni del Vinitaly, è dedicata al compianto enologo, cuoco, gastronomo e scrittore milanese Luigi Veronelli, scomparso nel 2004, che si è sempre battuto per la difesa delle specificità locali nella produzione agricola e alimentare.