Daniele Ronda: «Il mio folk unisce nord e sud»

L'aspirante erede di Davide Van De Sfroos nell'Olimpo del folk padano? Ultimamente si parla un gran bene del piacentino Daniele Ronda, folksinger piacentino, classe 1983, con il chiodo fisso per la canzone d'autore vecchio stile e per un certo qual rock alla Bruce Springsteen che, con la sua band (ribattezzata Folklub), concerto dopo concerto e disco dopo disco, si è creato un seguito di pubblico crescente in tutto lo stivale. Perché Ronda (in passato paroliere di successo per Nek), di scena lunedì sera al Carroponte per l'ultima data (di 50) del sua campagna dal vivo durante la primavera e l'estate, non ha nessuna intenzione di essere il cantore di un solo popolo né tantomeno desidera essere cooptato da una forza politica di parte. Al contrario, la sua missione musical-culturale è ben altra: «Creare un asse tra nord e sud», per dirla con le sue parole. La filosofia dell'autore di «La rivoluzione», dal titolo del suo folkeggiante, nuovo album? «Le diversità sono la ricchezza del nostro Paese. In poche decine di chilometri cambia tutto o quasi: i piatti, le tradizioni, la cultura, il dialetto, la musica. Ecco credo che mai come oggi le mille Italie debbano unirsi, conoscersi e, perché no, pure mescolarsi». Detto, fatto. Al Concertone del Primo Maggio, sul palco romano di piazza San Giovanni, Ronda e compagni hanno duettato con il TaranProject, l'ottimo duo di musica etnica calabrese composto da Mimmo Cavallaro e da Cosimo Papandrea. «Fino a un po' di tempo fa il dialetto era una cosa di cui vergognarsi, anche perché sapeva di vecchio e malinconico. Ora non è più così. Dietro al dialetto c'è un messaggio universale, col quale si esprime amore per il proprio territorio e per le proprie radici», va oltre Ronda. «Ne sono stra-convinto. Altrimenti non troverei gente in Sardegna piuttosto che in Calabria che ama i miei pezzi in dialetto piacentino, no?».