Debutti scandalosi tra le trappole di Eros

Eros è un dio incoerente e crudele: non a caso Zeus suggerisce ad Afrodite (che l'ha generato e che è la divinità dell'amore armonioso) di sopprimerlo poco dopo la sua nascita. A rammentarci la veridicità e l'attualità di questo mito ellenistico è lo spettacolo che debutterà al Piccolo Teatro Grassi domani (e rimarrà in cartellone sino a domenica 16 febbraio). «Quartett» è un testo del più acuto drammaturgo tedesco del secondo Novecento, Heiner Muller, ispirato a «Le relazioni pericolose» di Laclos, il romanzo epistolare noto a un vasto pubblico grazie alla bella trasposizione cinematografica di Stephen Frears. Nella versione di Agnese Grieco e di Valter Malosti, regista e interprete, la pièce di Muller accresce la sua ferocia e il suo nichilismo di fondo, sino ad «aprire – scrive Malosti – a scenari ben più terribili e metafisici». Nella cornice tanto asettica quanto conturbante di una moderna camera di ospedale, il conte di Valmont e la marchesa di Merteuil (interpretata da Laura Marinoni), in perfetti abiti settecenteschi, discutono compiaciuti delle loro relazioni erotiche all'insegna del cinismo e dell'efferatezza. «Le due belve libertine si scambiano i ruoli – prosegue Malosti – e impersonano a turno le loro vittime, in una dimensione di spazio/tempo che si allarga dal salotto prima della rivoluzione francese a un bunker dopo la terza guerra mondiale. La Storia è lì fuori dalla porta. Si va incontro alla morte con una risata beffarda che risuona nel vuoto del Teatro d'arte delle Bestie». Eros è un dio smarrito e disorientante che, per appagare il suo desiderio di appropriazione dell'altro, non disdegna atteggiamenti orgiastici. Non è esattamente quel che pensava Platone, ma è l'assunto di partenza dello «Studio sul Simposio» che andrà in scena al Franco Parenti da domani a domenica. Andrea De Rosa, il regista di questo spettacolo «vietato ai minori di 14 anni» (avvertenza un po' sospetta, che sembra voler suscitare in modo troppo facile lo scandalo preventivato), ha immaginato «il più teatrale dei dialoghi platonici» come «un rito auto-cannibalico», durante il quale «avviene qualcosa di simile a ciò che accade nelle Baccanti di Euripide: nella notte dell'ebbrezza dionisiaca che cancella i contorni razionali delle cose – scrive De Rosa – nessuno riconosce più l'altro di fronte a sé, e per questo può arrivare persino a cancellarlo, divorarlo, ucciderlo». Intarsiando citazioni di Lacan e Sartre, Carmelo Bene e Umberto Galimberti, ma soprattutto contaminando filosofia e pornografia, sesso solipsistico e bisogno divorante di un partner, il regista napoletano giunge a teorizzare un «felice smarrimento», nel quale «non sappiamo più dove siamo, dove finiamo noi e dove comincia il corpo dell'altro; non avvertiamo più una separazione tra noi e ciò che sta fuori di noi: questo nuovo, potentissimo essere ci toglie di dosso il peso di noi stessi, della nostra singolarità e limitatezza». Roberto Borghi