Il design in tempo di crisi sotto i riflettori in Triennale

Al Triennale Design Museum la crisi si tocca con mano. Ma no, cosa avete capito? In viale Alemagna va tutto a gonfie vele, specie quando si parla del museo del design che mezzo mondo ci invidia (e cerca di copiarci). Il fatto è che alla crisi, o meglio alle grandi stagioni di crisi dell'ultimo secolo, è ispirato il VII Triennale design museum, che con la primavera cambia pelle e se ne esce, quest'anno, con «Il design italiano oltre le crisi. Autarchia, austerità, autoproduzione», che apre il 4 aprile (fino al 22 febbraio 2015).
Il tempo vola: sembra ieri che presentavamo l'idea-choc di un museo mutevole, che iniziava il cammino con la madre di tutte le domande: «Che cosa è il design italiano?». Ebbene, era il 2007 e nel frattempo al Design museum sono passate «Le sette ossessioni», «Serie fuori serie», «Quali cose siamo», «Le fabbriche dei sogni», «TDM5: grafica italiana e design», «La sindrome dell'influenza».
Ora tocca alla crisi: cosa succede al design italiano in tempi di difficoltà economiche? In attesa di scoprirlo in Triennale, anticipiamo che la mostra, curata da Beppe Finessi e allestita da Philippe Nigro, indaga tre epoche non facili: gli anni Trenta, i Settanta e gli Zero. Filo rosso è l'autosufficienza produttiva, con la conseguente valorizzazione delle nostre risorse in idee, creatività e materiali. E così nei mitici Trenta delle origini, quelli di Gio Ponti e dell'architettura totale di Franco Albini (dal cucchiaio alla città), l'utopia autarchica stimola talenti come Depero e il papà del futurismo Marinetti, autori di alcune delle più datate opere in esposizione. E se quegli anni difficili tennero a battesimo il nostro design, il mito del made in Italy nacque dalle ceneri di un'altra crisi, l'arsura petrolifera degli anni Settanta, pietra tombale del boom.
Sorgono i distretti produttivi e si esce dai confini: alla mostra «programmatica» The New Domestic Landscape (New York 1972), partecipano fra gli altri i «Compassi d'oro» Ettore Sottsass ed Enzo Mari, che in quegli anni sperimentava l'autoprogettazione. Detto fatto, arriviamo a oggi, secolo per eccellenza dell'autoproduzione: ormai si autoproduce di tutto, e il design è in prima linea. Anzi, ce lo troviamo addosso, come nel fashion design di Salvatore Ferragamo e Nanni Strada, che sul suo sito scrive: «Affronto la creazione dell'abito con un approccio tipico del design». Totale: più di 600 lavori, e oltre ai nomi già ricordati rispondono all'appello (rigorosamente alfabetico) Andrea Branzi, Achille Castiglioni, Antonio Citterio, Marco Ferreri, Ugo La Pietra, Fausto Melotti, Alessandro Mendini, Carlo Mollino, Bruno Munari, Gaetano Pesce, Franco Raggi, Marco Zanuso (l'ordine è alfabetico) e tanti talenti come Caterina Crepax, Carlo Contin, Martino Gamper, Giulio Iacchetti, Studio Formafantasma, Patricia Urquiola.
C'è di tutto: sedie tubolari, posate, bottiglie e suppellettili da cucina, modellini, elementi d'arredo, capi d'abbigliamento, accessori e altri oggetti di uso quotidiano. Non mancheranno opere di Vittoriano Viganò, il profeta dei materiali poveri noto per i suoi interventi urbanistici a Milano, dell'essenziale Michele de Lucchi, con le sue casette in legno, e del sempre provocatorio Maurizio Cattelan. Mar-dom 10.30-20.30 (giovedì fino alle 23). Ingresso 8-6,50-5,50.