Il destino di Rho-Pero? Ora il governo fa il tifo per la città universitaria

Ancora senza alcuna certezza il dopo Expo Pressing del ministro per entrare nella società

Passano le settimane, anzi i mesi e il destino del milione di mq dell'area Expo quando i padiglioni (ad eccezione di quello Italia) saranno smontati, resta una chimera. Dopo che il Comune ha bocciato la città dello sport con la piscina olimpica, il palazzetto e il nuovo stadio del Milan che tanto piaceva alla Regione di Roberto Maroni, non è solo il progetto su cui puntare a rimanere un mistero. Perché resta da definire perfino chi gestirà l'operazione, visto che un soggetto decisivo come il governo non fa nemmeno parte di Arexpo, la società che si deve occupare della riqualificazione.

«Credo che si stiano facendo passi avanti», ha detto prudente il sindaco Giuliano Pisapia arrivando ieri al convegno L'orizzonte dopo Expo. Un'opportunità per sviluppare l'attrattività e la competitività del Paese organizzato dalla Cgil. «Non siamo in ritardo - ha aggiunto con troppo ottimismo - ed è evidente che ci vuole un periodo transitorio tra quando saranno tolti tutti i padiglioni a quando inizieranno i lavori». Vero, anche se la data del primo luglio 2016 non è poi così lontana. Per Pisapia «ci sono tante proposte, tra cui quella del campus universitario che è particolarmente interessante, così come è interessante quella di una città della scienza e della ricerca». Perché «da Milano si esce dalla crisi e il post Expo sarà uno degli elementi che ci aiuteranno a uscire da un momento difficile».

Ma il nodo troppo intricato della governance è ben chiaro al ministro Maurizio Martina che lamenta di aver «ereditato una situazione un po' bislacca». E si dice consapevole che «il governo ha investito molto in Expo, anzi più di tutti», visto che il ministero delle Finanze partecipa con il 40 per cento nella società Expo, eppure «non ha tecnicamente uno spazio di manovra diretto per provare a dare una mano sul “dopo”, se non la moral suasion ». Aggiungendo di credere «nel mix pubblico-privato per sviluppare fino in fondo i due assi, conoscenza e innovazione. Ma cosa può fare il governo? Già solo nel confronto tra Expo spa e Arexpo si capisce che abbiamo problemi di allineamento della governance. E questo non si risolve solo semplificando in “Decide Roma o Milano”. Non è questo il punto, ma come essere tutti attori propositivi». In campo c'è anche la possibilità, come ricorda Martina, che il governo entri «nella governance attuale di Arexpo: la disponibilità c'è e, come è noto, ci stiamo ragionando, non prima però di aver chiarito tutti insieme per fare che cosa». Aggiungendo che «la proposta dell'università degli Studi di Milano è uno degli assi centrali, lo scheletro portante su cui costruire l'operazione, il nostro dovere dev'essere verificare come dare una mano a quel tipo di iniziativa».

Il progetto di un distretto tecnologico, una digital city è stato invece avanzato da Assolombarda. «Attraverso Nexpo - ha spiegato il consigliere incaricato per il post Expo Fabio Benasso - la nostra idea progettuale per una destinazione permanente dell'area al termine di Expo e di creare un nuovo polo dell'innovazione, un laboratorio di idee e tecnologie all'avanguardia, un centro di attrazione internazionale di investimenti, talenti e imprese: una vera e propria digital city ».

Dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso, invece, un duro attacco al commissario Giuseppe Sala. «Ci piacerebbe - le sue parole - ci fosse una grande trasparenza sui numeri di Expo. Sarebbe corretto che si conoscesse concretamente quanta gente ci lavora e con quali contratti, quanta gente lo visita ogni giorno, quanti sono gli italiani e gli stranieri». Sottolineando che «per un evento come Expo, i numeri scompaiono. E questo non va bene, la trasparenza dovrebbe essere la regola con la quale ci si muove». Permettendo a tutti, conclude Camusso, «di ragionare anche eventualmente sulle cose da fare se non ci fosse quel risultato straordinario che tutto il Paese vorrebbe».