«Difendiamo le nostre libertà Troppi divieti una sconfitta»

L'ex assessore alla Cultura: «Siamo una società aperta e dobbiamo rimanerlo. Dico no alle piazze chiuse»

Marta Bravi

Sergio Scalpelli, lei ha fatto parte del movimento studentesco, è stato direttore della Casa della Cultura poi assessore alla Cultura del Comune nella giunta Albertini. Cosa pensa della piazza Duomo a numero chiuso per il «live» di Radio Italia?

«La questione è molto complicata ma rinunciare ai grandi concerti di massa è sicuramente una sconfitta. D'altronde...»

D'altronde?

«Questo terrorismo in franchising ci ha dimostrato, in Francia per esempio, che chiunque può prendere un furgone, un coltello da cucina e lanciarsi sulla folla urlando Allah Akbar».

Quindi?

«Si tratta di atti che non possono essere previsti. Io sono sempre per andare avanti a vivere la nostra vita. E non rinunciare ai nostri valori e ai nostri comportamenti».

Il Comune si sta dimostrando caparbio nell'organizzare tutti gli eventi in programma, non solo allo stadio ma anche in Duomo. È vero anche che non si era mai sentito dire che non sarà possibile fermarsi nelle vicinanza delle piazza...

«Credo che dovremo convivere per lungo tempo con questo fenomeno, ma la logica dell'Islam radicale è di usare l'attacco a migliaia di persone ovunque si trovino, minando alla base lo stile di vota occidentale. Ma la nostra è una società aperta e tale deve rimanere».

Non ci saranno nemmeno i maxischermi, per non dover controllare un'altra piazza.

«Beh con un numero adeguato di poliziotti, se serve l'esercito, i vigili, si sarebbero potuti mettere. Come dire: per un comizio in piazza - la capienza del Duomo diciamo è di 40mila persone - cosa fai alla 40001esima persona non la fai entrare? La logica è la stessa. Altrimenti i concerti si fanno tutti e solo negli stadi dove gli accessi e le vie di fuga sono controllabili».

Il live di Radio italia sarà un po' monco....

«Sì, monco. Francamente ho trovato anche eccessivo l'attacco alla sindaca di Torino Appendino: i maxischermi in piazza si sono sempre messi. Mi ricordo benissimo piazza Duomo nel 2010: fu un evento enorme».

Bandito anche l'alcol. Non solo nelle bottiglie di vetro, ovviamente, ma in generale.

«Mi viene da dire, con una battuta, che così diventiamo talebani anche noi!».

Il divieto dell'alcol sarebbe legato a quanto è successo a Torino.

«Ex post si possono dire tante cose, comunque la psicologia della folla non ha nulla a che vedere con l'alcol. Il panico collettivo è qualcosa che si autoalimenta, non c'entra nulla l'alcol. Un conto è il vetro, un altro è servire alcol in bicchieri di carta. Capisco anche che chi organizza cerchi di ridurre i pericoli al minimo e l'eventuale ricerca di responsabilità, ma allora meglio non organizzarlo. In sintesi: se ci sono segnalazioni precise da parte dell'intelligence su un concreto pericolo allora è meglio non organizzare eventi in piazza, altrimenti si fa come sempre».

Lei è stato anche assessore alla Cultura nella giunta di Gabriele Albertini...

«Quando Milano si è ripresa dal terrorismo rosso, che era molto diverso perché aveva dei bersagli specifici, la città era molto viva, organizzavamo concerti in tutte le piazze, ma era un'altra epoca. Qui siamo di fronte a un fenomeno inedito che punta a colpire il nostro stile di vita, il Cristianesimo. Io sono per difendere la nostra società, che è aperta, i nostri valori, le nostre abitudini. Altrimenti abbiamo perso».