Irriducibile Vallanzasca: "Ormai per lui rubare è un bisogno emotivo"

Le motivazioni della condanna: "Furto non all'altezza della sua storia ed era dispiaciuto solo per questo"

Il giudice ha studiato a lungo l'imputato, chiuso nella gabbia che misurava a grandi passi durante le udienze. Ha cercato di non farsi condizionare dal suo nome: Renato Vallanzasca, il nome che a Milano e forse in tutta Italia è sinonimo di gangster metropolitano. Ma ha anche cercato di capire come fosse possibile che un ergastolano arrivato finalmente a un passo dalla libertà si mettesse nei guai per due mutande. E alla fine il giudice Ilaria Simi de Burgis si è convinta che il movente andasse cercato nella psiche del vecchio malavitoso: Vallanzasca ha rubato per bisogno. Ma un bisogno del tutto particolare, figlio della sua storia: «bisogni non già materiali, ma emotivi», scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza. Infrangere la legge, insomma, come una necessità del cuore.

Vallanzasca, alla fine, è stato condannato a dieci mesi per tentata rapina impropria. I processi per furto al supermercato in genere si svolgono in mezz'ora. Questo è durato quattro udienze, segnate dalle intemperanze crescenti dell'imputato. In fondo, è valsa la pena: perché la piccola storia delle mutande rubate si è trasformata in una sorta di apologo su come sia difficile per un uomo liberarsi dal clichè che egli stesso si è cucito addosso. Nulla, nessun buon motivo, poteva spingere Vallanzasca a rubare quelle mutande, alle sette di una domenica sera, alla fine di un weekend passato a casa della fidanzata. Eppure lo ha fatto, per il giudice non ci sono dubbi. I video delle telecamere sono stati malauguratamente cancellati prima che i carabinieri ne chiedessero copia. Ma la testimonianza dell'addetto alla sicurezza dell'Esselunga di viale Umbria, che dalla «travespia» (il locale sopra le casse da cui si possono tenere d'occhio i clienti) ha seguito passo per passo le mosse di Vallanzasca è ritenuta dal giudice pienamente convincente.

Ci sono comprimari dai nomi evocativi, in questa storia. Il maresciallo dei carabinieri che arresta Vallanzasca si chiama Fidelibus. Il vigilante che lo inchioda con la sua testimonianza si chiama Mento, e in aula il «bel Renè» ha giocato sul suo cognome per accusarlo di raccontare un sacco di bugie. Ma più di queste intemperanze verbali, a pesare sul destino dell'imputato è stata la sua linea difensiva un po' scomposta, quando si è proclamato vittima di un complotto ai suoi danni. Perché mai tutti i testimoni si fossero accordati per metterlo nei guai, Vallanzasca all'inizio non l'ha spiegato. Poi ha sostenuto che c'era di mezzo la tragica morte di Marco Pantani, sulla quale conoscerebbe verità inconfessabili. Strada facendo, ha evocato la presenza all'Esselunga di un personaggio evanescente, tale «Pino» che si sarebbe offerto di portargli la borsa, e a sua insaputa vi avrebbe infilato le mutande. Ma questo Pino nessuno lo ha visto. E così Vallanzasca si vede negare le attenuanti generiche a causa di un «comportamento che non ha denotato alcuna resipiscenza ma solo la sua disdetta per essere stato sorpreso a compiere un gesto che non si addiceva alla sua statura criminale».