Le Dimore esistenziali di Giuseppe Uncini

Alla Galleria Tega le opere dell'artista marchigiano che rivalutò i materiali industriali

Mimmo di Marzio

È possibile scovare la bellezza in un muro di cemento? È possibile anche se oggi, a distanza di quasi mezzo secolo dall'esperienza dell'Arte Povera e dopo ogni possibile digressione sulla «poetica della materia», tutto possa apparire scontato. Eppure in tempi non sospetti un grande italiano, Giuseppe Uncini di Fabriano, disse per primo che «chi fa arte deve riflettere a fondo sui materiali che usa, per poter esprimere un significato reale». Era la fine degli anni Cinquanta quando questo giovane artista, cresciuto nell'ambiente dell'arte informale, inventò una cifra talmente innovativa da ispirare grandi correnti internazionali, dal Minimalismo all'Arte Povera. La sua Musa era ed è sempre rimasta, fino alla scomparsa nel marzo del 2008, la materia industriale. Anzi il «materiale». Al suo percorso dedica una bella e approfondita mostra la Galleria Tega di via Senato 20, realizzata in collaborazione con l'Archivio Giuseppe Uncini e la galleria Claudio Poleschi. L'esposizione (fino al 12 novembre) si intitola «Dimore», appellativo del ciclo di opere che caratterizzarono la produzione unciniana degli anni '80; opere che dimostrano quanto questo artista sia riuscito a rinnovarsi pur mantenendosi fedele al proprio ideale artistico, quello di regalare nuova dignità espressiva a materiali inusueti nell'arte: cemento, si diceva, ma anche acciaio e alluminio. A muovere la sua ricerca non c'era alcun intento decontestualizzante nè di aperta polemica verso l'arte tradizionale, come fu nel caso dei Poveristi e dei Nuovi Realisti. Al contrario, Uncini rimase sempre legato alla tradizione plastica italiana e quindi a una chiara idea della forma, sia pur primitiva nelle sue geometrie. Nella mostra di Tega non mancano le classiche sculture a parete di cemento grezzo rinforzato da rete e ferri; opere in cui il materiale piatto e incolore imprime tutta la forza espressiva che caratterizza la poetica di Uncini. Più legata a un'idea architettonica è l'imponente serie delle Dimore, superfici cromatiche che evocano edifici, porte, finestre e soglie e il cui aspetto innovativo risiede anche nella tridimensionalità scaturita dalla volumetria delle ombre. Ombre che, forse per la prima volta nella storia dell'arte, diventano protagoniste dell'opera.