«Dramma previsto» Allarmi e denunce rimasti inascoltati

Cristina Bassi

La «casa della morte». Così nel quartiere Adriano chiamano il palazzo di sette piani tra la via omonima e via Mulas. È lì che si rifugiava il marocchino accusato di aver stuprato una 25enne italiana. E lì ha violentato la sua vittima, indisturbato. L'edificio doveva diventare una residenza per anziani, ma i lavori sono stati lasciati a metà dopo il fallimento della ditta di costruzioni. Da allora è occupato da una cinquantina di clandestini, sbandati, criminali. Che qui hanno un nascondiglio sicuro, gettando nella paura gli abitanti della zona. Una situazione più che nota da anni, peggiorata negli ultimi mesi. Le segnalazioni al Comune sono arrivate a pioggia. Dai residenti e dal centrodestra, in testa la consigliera comunale Silvia Sardone (Fi). Chiedevano lo sgombero e la messa in sicurezza, per evitare il peggio. Il Giornale ha dedicato alla «casa della morte» diversi articoli, anche nelle pagine delle «Voci di Milano». L'ultimo, una settimana fa, sottolineava come nel piano di recupero del quartiere della giunta Sala - che si è riunita all'Adriano - il palazzo abbandonato non fosse menzionato. Su questa terra di nessuno, attacca Sardone, «ho fatto decine di segnalazioni, atti istituzionali, video denunce, servizi televisivi. L'ex assessore alla Sicurezza Granelli e l'attuale Rozza sono moralmente responsabili dell'accaduto. Il pensiero va alla povera ragazza italiana che ha subito la violenza». Anche il presidente del Municipio 2 Samuele Piscina (Lega) aveva denunciato il degrado del palazzo: «Lo stupro? Una tragedia annunciata - dice - cui il Comune non ha fatto che assistere». Ribatte Carmela Rozza: «Pretestuose strumentalizzazioni. Piuttosto è urgente una legge sul femminicidio».