«Dubbio» alla Bicocca E lo spettatore diventa una cavia

All'Hangar esposte le opere del tedesco Carsten Höller che mette in crisi i luoghi comuni del mondo dell'arte

Francesca Amè

«Doubt», dubbio, la mostra del tedesco Carsten Höller al Pirelli Hangar Bicocca mette in crisi parecchi luoghi comuni sul mondo dell'arte. Il primo: le mostre sono noiose. Dentro l'hangar allestito con venti opere-installazioni si fa di tutto, compreso un giro sulla giostra e una prova di volo. Secondo luogo comune: l'arte contemporanea è incomprensibile. Provate a portare un bambino a correre nel tunnel di lampadine a intermittenza e vi ringrazierà. Terzo luogo comune: alle mostre si va da spettatori. Höller pretende invece partecipazione fisica e voglia di mettersi in gioco (anche in senso letterale).

«Contro la cultura della prevedibilità ho deciso di esplorare le reazioni che l'inatteso provoca nelle persone», spiega. Magro, occhialoni, aria dinoccolata: ha un passato da fitopatologista ed è specializzato in ecologia chimica. È uno scienziato, insomma: saremo le sue cavie? Il dubbio viene, valutando a colpo d'occhio il percorso preparato per il pubblico milanese in quest'ampia mostra curata da Vicente Todolí («Doubt», dal 7 aprile al 31 luglio, via Chiese 2). Da che parte si comincia? Primo dubbio. Due, uno verde e l'altro giallo, sono gli ingressi di una mostra costruita attorno a un asse divisorio centrale. Solo al termine si può vedere l'allestimento per intero.

Prima opera, nuovo dubbio. «Y» è un tunnel di luci a intermittenza che anticipa il «luna-park» sensoriale in cui ci stiamo immergendo: da che parte percorrerlo? Non esiste la scelta giusta. Ci aspettano sensazioni forti: «Decision corridors» è un piccolo oscuro labirinto in acciaio che bisogna percorrere a tentoni, superando un po' di claustrofobia e grave mancanza di punti di riferimento. È l'effetto-Höller: tutto calcolato. Ne usciamo con la nausea in bocca e gli occhi si spalancano davanti all'infilata di opere che attendono noi per essere «testate». Lavori enormi come «Flying Mushrooms», un'installazione di funghetti che si muovono se spinti dal pubblico e giochi illusionistici con porte che si aprono e chiudono, specchi e pareti in bianco e nero. Siamo nel Paese delle Meraviglie, e sembriamo un po' quei due topolini da laboratorio che Höller ha scelto di esporre all'ingresso, chiusi in una teca. Tra video, sfere luminose, telefoni cui lasciare messaggi in segreteria («Che cos'è l'amore?», ci chiede l'artista), occhiali che mostrano il mondo capovolto ed è vertigine pura clou dell'allestimento sono «Two Flying Machines», due macchinari cui imbragarsi per sperimentare la sensazione del volo, osservando dall'alto la mostra: vietato tirarsi indietro.

L'artista tedesco, che vive tra Svezia e Ghana, alza la posta e sfida il pubblico: c'è persino la possibilità di alloggiare per una notte nell'hangar e dormire sui due letti («Two roaming beds») che, grazie a sofisticati GPS, si muovono sul pavimento provocando in chi è coricato un riposo che oscilla tra il sonno e la veglia (giovedì-sabato, solo per 2 persone alla volta, info www.hangarbicocca.org). Che notte sarà? In questo luna park dell'arte in cui si può temere il buio e urlare di gioia come accade sulla grande giostra «Double Carousel», Höller ci insinua il dubbio che la risposta agli interrogativi quotidiani sia il recupero di una dimensione ludica, infantile, innocente verso la vita. Physique du rôle (e formazione) da scienziato, Höller ne rifiuta il metodo: «Gli scienziati ogni tanto barano, gli artisti lo fanno sempre. Non sono interessato a registrare le reazioni della gente alle mie creazioni. Sono interessato a creare situazioni». Usciamo dall'hangar un po' scienziati e un po' cavie, di chi ci circonda e di noi stessi.