Due poliziotti in cella per un pestaggio

Lui, un ex operaio ubriaco (con tanto di tasso alcolemico alterato confermato al momento del ricovero in pronto soccorso) li ha insultati pesantemente. E si è tolto il giubbotto e la camicia raggiungendoli, come per volerli picchiare. Loro, due poliziotti liberi dal servizio, lo hanno aggredito per primi a mani nude e gli hanno letteralmente «spaccato la faccia» a pugni, come recita il referto medico del Policlinico dove la vittima è rimasta ricoverata 4 giorni, con una prognosi di 40. Al punto che, per riuscire a tenergli ancora insieme la mandibola, e permettergli nuovamente di parlare e masticare, gli specialisti del maxillo facciale dell’ospedale San Carlo, dove si è fatto operare, hanno dovuto impiantargli delle grosse viti nella cavità orale.
Il questore Alessandro Marangoni ieri, deplorando l’accaduto, ha subito bollato come «lite per futili motivi» il fattaccio accaduto domenica 20 maggio scorso in viale Gorizia, al Ticinese. Una lite degenerata in un pestaggio che ha spedito in carcere - con l’accusa di lesioni gravissime, calunnia e falso ideologico - due dei suoi uomini. Si tratta di Federico Spallino e Davide Sunseri, rispettivamente agrigentino e palermitano, entrambi 25enni, in servizio alla questura di Milano dall’agosto dello scorso anno e, da qualche mese, operatori sulle volanti dell’Ufficio prevenzione generale (Upg). La vittima è Vittorio Luigi M., un milanese 63enne, disoccupato dal 1987. Dopo il pestaggio i poliziotti non sono fuggiti, ma hanno spostato il ferito dalla carreggiata e hanno chiamato il 118. Il fatto più grave, soprattutto dal punto di vista professionale oltre che etico e morale, è che i due hanno scritto nella loro relazione di servizio che Vittorio M. li avrebbe aggrediti per primo, costringendoli a reagire. E, così facendo, hanno mentito spudoratamente. Ci sono le telecamere del Comune ad accusarli in maniera incontrovertibile: i filmati hanno ripreso infatti tutto l’accaduto. E, oltre a inchiodarli alle loro responsabilità, sbugiardano clamorosamente la loro versione dei fatti.
Quella domenica notte (erano da poco trascorse le 3) Vittorio M., con la compagna 50enne, era un po’ alticcio. Da piazza XXIV maggio la coppia si era incamminata verso casa, in viale Gorizia, costeggiando la Darsena. Ed è lì che incontra i due poliziotti liberi dal servizio. I giovani tentano di rimorchiare e tengono in mano delle rose che cercano di offrire alle ragazze lungo la strada. Vittorio li guarda. Poi si arrabbia. «Cosa state facendo? - grida ai due ragazzi - Date le rose a tutte le donne e non alla mia? Perché non via piace? O perché....?».
I ragazzi fanno finta di nulla all’inizio, lui insiste. Allora i giovani si qualificano come agenti di polizia, si spostano sul marciapiede opposto e, nel frattempo, continuano ad allontanarsi. Vittorio M., a quel punto, grida: «E allora? Ce l’ho anch’io una pistola!». E «vedendo il loro atteggiamento esuberante» (come ha dichiarato lui stesso testualmente all’autorità giudiziaria in data 7 giugno, ndr), si toglie giubbotto e camicia, attraversa la strada e li raggiunge, stavolta offendendoli.
È a quel punto che scatta il primo pugno all’occhio destro, sferratogli da uno dei poliziotti. «Mentre ero a terra ricordo di essere stato colpito al volto almeno da due calci e da alcuni pugni che mi facevano perdere i sensi» dichiarerà Vittorio M. Che ora sostiene come, dopo il ricovero, gli mancassero anche 100 euro dal portafogli.