E lo stop fa saltare il risiko dei giudici

Un siluro sotto la linea di galleggiamento. Così la decisione della giunta comunale di azzerare il progetto Cerba viene vissuta in queste ore all'interno della sezione fallimentare del tribunale di Milano, dove da mesi si cerca di chiudere senza catastrofi la complessa vicenda del crac dell'impero di Salvatore Ligresti. Di fatto, la possibilità che il centro di ricerca biomedica voluto da Umberto Veronesi sorgesse comunque sulle aree al Vigentino era l'unica chance di chiudere in equilibrio i conti dell'attivo e del passivo del fallimento di Imco e Sinergia, le due holding dell'Ingegnere. Se davvero l'ipotesi tramonta, il concordato fallimentare messo a punto dalle banche creditrici rischia di andare a gambe all'aria. Ci rimetterebbero le banche, ci rimetterebbero i piccoli creditori. E, soprattutto, la Procura della Repubblica sarebbe costretta a usare la mano forte nei confronti dei complici del dissesto ligrestiano: a quel punto le banche creditrici, in particolare Unicredit, potrebbero ritrovarsi sul banco degli imputati.
L'area Cerba, di fatto, è il principale bene al sole dell'ex impero di don Salvatore: tre quarti del totale, più o meno. Ma è una stima fatta quando il valore dei terreni era destinato a essere quello di una imponente operazione edilizia. Se tutto torna a parco agricolo, il valore crolla e i conti non tornano più. Per questo le banche, principalmente Unicredit e Bpm, avevano creato una società-veicolo, la Visconti srl, che avrebbe dovuto portare a termine l'operazione. In quel contesto, al tribunale era stato spiegato chiaramente che anche la Hines di Manfredi Catella sarebbe stata coinvolta nel progetto. I curatori fallimentari nominati dal tribunale si erano mossi anche loro a sostegno dell'affare, convinti che fosse l'unico modo per tutelare i diritti anche dei piccoli creditori. E, fatto assai inconsueto, anche uno dei giudici delegati, Filippo D'Aquino, aveva incontrato nei mesi scorsi gli esponenti della giunta comunale per accertarsi delle speranze di buon andamento dell'operazione.
Sembrava che tutto andasse nella direzione giusta, dopo che Palazzo Marino aveva concesso una proroga fino alla fine di quest'anno per sistemare il progetto. Avevano tirato un sospiro di sollievo le banche, che i giudici accusano di avere finanziato Ligresti ben oltre le avvisaglie del crac, rendendosi così corresponsabili dell'aggravarsi della crisi. E avevano sperato i numerosi creditori delle società dell'Ingegnere ( tra cui c'è anche lo Ieo di Umberto Veronesi) che potevano contare sul recupero di una parte considerevole dei loro soldi.
Invece arriva la doccia gelata dell'altro ieri, con l'annuncio di Lucia De Cesaris: niente Cerba. La complicata architettura finanzaria e giudiziaria messa in piedi in questi mesi scricchiola paurosamente. A questo punto il cerino è in mano alle banche. Cosa fare? Lasciare che l'ipotesi di concordato salti, avviando inevitabilmente Imco e Sinergia alla bancarotta? O rinunciare a rivedere i propri soldi ma dare comunque il via libera al concordato, sperando così di evitare di ritrovarsi a fare i conti con la Procura?