Eötvös dirige la Filarmonica E "ricorda" le migrazioni

Prima assoluta del brano "Alle vittime senza nome" dello stesso maestro ungherese. Omaggio a Boulez

Un leone alato, oro zecchino, ha certificato una volta per tutte che Peter Eötvös è una stella di prima grandezza nel mondo della composizione di musica colta. Fu lui, infatti, ad aggiudicarsi il leone d'Oro alla Biennale Musica 2011. «È il più grande riconoscimento che abbia mai ricevuto - osserva - perché proviene dalla Biennale, un'istituzione che è la culla di tutte le arti. Sento quindi di essere stato incluso nella comunità degli artisti contemporanei». Eötvös è compositore ma anche direttore d'orchestra. «Confrontarsi con molteplici influssi è solo stimolante - continua - . Anzi, la mia attività di direttore mi induce ad analizzare gli scritti dei colleghi, e questo fa sì che possa trarre degli spunti».

Sarà lui, stasera (ore 20) a salire sul podio dell'Orchestra Filarmonica della Scala per un programma tutto ungherese con la prima assoluta di «Alle vittime senza nome», commissionato a Eötvös da quattro orchestre - Filarmonica, Santa Cecilia, Maggio di Firenze, Orchestra Rai - alla memoria delle vittime delle migrazioni. Questo momento si inserisce in una serata che è un «omaggio a Pierre Boulez» a un anno dalla scomparsa. Del resto, nel 1979, Boulez gli affidò la direzione dell'Ensemble Intercontemporain di Parigi, punto di avvio di una collaborazione che portò i due artisti a dirigere vicendevolmente nuove partiture per orchestra e per ensemble.

Nel programma di lunedì, oltre alla prima assoluta di Eötvös , troviamo «Petite Musique Solennelle en hommage a Pierre Boulez 90» di György Kurtág, «Danze di Marosszék» di Zoltán Kodály, «Il mandarino meraviglioso» di Béla Bartók.

Eötvös, ungherese, 73 anni, è uno dei più grandi compositori viventi con partiture entrate nel repertorio di teatri e orchestre. L'opera «Angels», su testo del premio Pulitzer Tony Kushner, ha fatto il giro del mondo. È un compositore particolarmente legato all'Italia, si parte dal Leone d'oro alla carriera della 55esima edizione della Biennale di Venezia. Ha poi scritto l'opera «Senza sangue», su testo di Baricco.

Eötvös è cresciuto nella Ungheria Sovietica, ma grazie a permessi di studio ha viaggiato molto nell'Europa d'Occidente, «viaggiavo controllato a vista, però riuscii comunque ad avere informazioni su quanto accadeva oltre cortina». Giovanotto, aderì ai movimenti underground ungheresi. Ha sempre sostenuto il «dovere» di dire, ecco perché «negli anni Sessanta quando ebbi la fortuna di poter uscire dall'Ungheria, una volta a Budapest volli divulgare le mie conoscenze, sentivo che era un dovere informare», spiega. A proposito di un'Ungheria che nel frattempo si è irrigidita, commenta: «Conosciamo l'indipendenza da neanche trent'anni, siamo stati dominati dai turchi, austriaci e russi. I cambiamenti sono arrivati troppo improvvisamente. Siamo in Europa e crediamo, a torto, di essere come i Paesi dell'Ovest. In realtà, stiamo ancora cercando la nostra strada».

La sua musica talvolta è diventata anche un momento di sfogo, dando voce alla privatezza di quest'uomo che con il brano «Replica» ha dato una risposta in musica all'atto suicida del figlio. «È stato il più grande choc della mia vita. Più volte avevo discusso con mio figlio del suicidio, evidentemente avevamo due diversi punti di vista. Credo che tutti noi abbiamo un ruolo su questa terra, abbiamo il dovere di vivere per poterci esprimere, abbiamo il diritto e dovere di pensare, dire, fare. Perché negarci alla vita?».