«Ecco la mia Cinecittà, con papà Vittorio e i provini di nascosto»

Porta sul volto una storia che comincia molto prima di lui, e la cosa – a dire il vero rara nei rapporti padre-figlio nel mondo dello spettacolo - non lo disturba nemmeno un po'. «Ho sempre sentito l'affetto della gente per me. E so bene che una parte di esso nasce da quello che molta gente aveva per mio padre Vittorio. Poi c'è l'affetto di molti giovani che quando mi incontrano mi chiamano “zio“. È una cosa impagabile, perché io chiamavo “zio“ il mio idolo Alberto Sordi, e perché penso che a 63 anni appena compiuti (il 5 gennaio, ndr) non sia facile raccogliere il consenso del pubblico giovane». Christian De Sica non ha conti in sospeso col passato, né personale né famigliare, e non stupisce dunque di come sappia affrontarlo in uno show - «Cinecittà», regia di Giampiero Solari, al Teatro degli Arcimboldi dal 23 gennaio al 2 febbraio (ore 21, ingresso 50-25 euro, info 02.64.11.42.213) - ricco di musica, ricordi, rivelazioni.
Lo show nasce simbolicamente dallo Studio 5 di Cinecittà, luogo di sogni che oggi scarseggiano un po'. Ammalato di nostalgia?
«Più che di nostalgia, parlerei di un racconto personale, che affronto non da solo, ci tengo a precisare: con me ci sono tre attori come Daniela Terreri, Daniele Antonini e Alessio Schiavo, poi 8 danzatori, un'orchestra dal vivo di 20 elementi, con le coreografie di Franco Miseria. Insomma, è quel varietà che tante volte in Rai mi hanno detto di voler fare e poi, per i costi, hanno sempre declinato a favore dei soliti talk show in cui si sbraita».
E dunque qual è la sua Cinecittà?
«È quella il cui ingresso varcai la prima volta da bambino, accompagnando papà sul set de “Il generale della Rovere“ di Roberto Rossellini: in quel meraviglioso film, tratto da un racconto di Indro Montanelli, papà era protagonista. Poi, a Cinecittà ci tornai quando avevo deciso di fare l'attore: ci sostenevo i provini, ma di nascosto. Papà non voleva assolutamente che recitassi. E lo stesso Rossellini mi diceva: mi raccomando, evita di fare l'attore: vai a studiare in America!»
Oggi Cinecittà rischia di chiudere i battenti...
«Sarebbe tragico. Cinecittà è lo specchio della storia di questo nostro paese: è stata imperiale, democratica e popolare. Il cinema con la moda, le auto, il cibo è uno dei marchi di fabbrica italiani. Cinecittà è la nostra memoria, e sarebbe un incubo vederla trasformata in un outlet, un garage o un parco a tema. È la nostra fabbrica dei sogni dove, come racconto nello show, si presentava dall'America una Liz Taylor semi-sconosciuta per fare la comparsa in Quo Vadis».
Tra brani swing di Sinatra, melodie italiane anni '30, persino musica pop anni '60, c'è spazio anche per un omaggio ad Alberto Sordi...
«Impossibile parlare di Cinecittà e non omaggiarlo. Tutti dicono della mia somiglianza con papà ma è a Sordi che ho guardato per imparare la comicità».
Cinecittà vuol dire Roma. Che rapporto ha con Milano?
«Per spiegarlo basti questo: gli studi Rai di Fiera 2 dove mossi i primi passi in tv nei primi anni '70 in “Alle sette della sera“, il successo al Teatro Nuovo con “Tributo a Gershwin“, i miei film anni '80 sugli yuppies e, chicca finale, la mia nascita: ero sul set di “Miracolo a Milano“, nella pancia di mia madre il giorno che mio padre diresse in piazza Duomo la celebre scena dei barboni che volano in cielo sulle scope. La stessa sera mi madre saltò di corsa su un treno per farmi nascere a Roma di lì a poche ore».