"Ecco la mia ultima Miart Una fiera degna di Milano"

Il direttore della kermesse d'arte pronto a partire per gli Usa: "Lascio una città molto bella e viva, grazie alle istituzioni e ai privati"

Ha un sapore agrodolce la nuova edizione di Miart, fiera d'arte moderna e contemporanea letteralmente resuscitata da Vincenzo De Bellis, alla sua quarta e ultima esperienza da direttore. La sua imminente partenza per il Walker Art Center di Minneapolis fa infatti pensare, con un po' di tristezza, all'ennesima fuga di cervelli verso l'estero che conta. De Bellis non è il primo nè l'ultimo, tra i giovani curatori colti e preparati a 360 gradi, ad essere selezionati alla guida di un museo internazionale. «La mia però non è una fuga nè una ripicca - dice - lo considero anzi un ritorno: alla curatela museale anzitutto, e poi agli Stati Uniti che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione».

Quattro anni fa Miart era, diciamolo, una fiera provinciale, con una novantina di gallerie quasi tutte di casa nostra. Oggi è un evento che conta nel mercato globale dell'arte, ha fatto un miracolo.

«Diciamo che i presupposti c'erano già, nel senso che Milano era già la capitale italiana delle gallerie e del collezionismo, ci sono sempre stati tanti artisti e spazi d'arte, oltre ad un'innata vocazione al mercato. Si trattava di tirare le fila e far germogliare tutto questo humus».

È stato facile, quindi?

«Assolutamente no, anche perchè nel 2012 eravamo in piena crisi economica e tanti in questo settore stavano chiudendo bottega. È stato fondamentale creare un gruppo di lavoro nuovo e investire sui contenuti. Abbiamo inventato nuove sezioni e dato spazio a tutti gli aspetti social che oggi si intersecano con il mondo dell'arte. La cosa più difficile, però, è stato convincere le grandi gallerie straniere a venire qui».

Già, perfino i nostri collezionisti preferiscono comprare all'estero. Nelle grandi fiere internazionali si sente solo parlare italiano...

«È un discorso complesso. I collezionisti comprano dove pensano di fare l'affare migliore in termini di rapporto qualità prezzo. È indubbio che acquistare arte all'estero è ahimè più conveniente: non c'è l'Iva al 22 per cento e non c'è l'obbligo di essere segnalati al fisco. Ma gli italiani frequentano molto le grandi fiere d'arte anche perchè sono in tanti a vivere all'estero e la nostra è una borghesia più colta e sofisticata che altrove...».

Lascia una Miart che viaggia su una media di 160 gallerie e oltre 40mila visitatori; ma anche una Milano obbiettivamente trasformata. Non le dispiace un po'?

«Certo che sì. Milano non è mai stata così bella e internazionale come adesso. Il merito è stato soprattutto di Expo, ma anche del fiorire di tanti importanti spazi dedicati alla cultura e all'arte, come Fondazione Prada, Fondazione Trussardi o il nuovo Hangar Bicocca. Ma io avevo detto che in Fiera avrei lavorato solo per un triennio e questa è già la quarta edizione. La mia vocazione è nel settore museale pubblico e non nel mercato».

Allora fa bene ad andare in America. In Italia, anche nella cultura, contano solo le clientele politiche.

«Devo dire che il ministro Franceschini ha tentato una svolta in positivo con la nomina di direttori internazionali alla guida dei grandi musei italiani. Ma di sicuro nel nostro Paese urge un ricambio generazionale e i nostri migliori giovani oggi hanno una formazione globale, non vengono dalla politica e non sono certo abituati a contare su finanziamenti pubblici a pioggia».

Oggi inaugura la 21sima edizione di Miart. Un territorio dove la crisi economica sembra lontana anni luce...

«Il mercato dell'arte ha sempre vissuto di regole proprie e oggi si è ampliato di nuovi segmenti di un'economia che si è estremamente polarizzata. Adesso più che mai chi gestisce grandi capitali investe in arte. A questo si aggiunge la patina glamour che ha attirato nuovo pubblico, compresi i curiosi della domenica».

Quindi anche il mercato italiano è in piena salute?

«Certo, altrimenti Miart non sarebbe decollata in questi anni difficili. Una fiera d'arte, lo sottolineo, vive soprattutto del mercato locale».

E gli artisti italiani si vendono bene?

«Quelli del secondo Dopoguerra vanno alla grandissima, premiati dal mercato internazionale. I giovani fanno molta più fatica perchè non sono sostenuti abbastanza».