«Ecco il mio Otello Un'opera solo per veri fuoriclasse»

Il tenore Kunde sarà sul palco sabato come protagonista Un titolo che mancava dal 1870. «Verdi? Un'altra cosa»

Mancava alla Scala dal 1870. E' l'Otello di Rossini, finalmente nel teatro massimo da sabato fino al 24 luglio. Assente un po' perché schiacciato dall'omonimo firmato Giuseppe Verdi. Ma ancor prima, perché richiede una squadra di cantanti che, se non son stelle, crolla l'impalcatura. Il problema è stato risolto mettendo in fila quattro artisti come Gregory Kunde, nel ruolo del titolo, Olga Peretyatko nei panni di Desdemona. Edgardo Rocha sarà Jago e Juan Diego Florez sarà Rodrigo. Sul podio, Muhai Tang che ha familiarizzato con l'Otello rossiniano a Zurigo, in una produzione con Cecilia Bartoli. Riflettori puntati su questo allestimento scaligero nuovo di zecca, condiviso con Berlino ma che ha la sua prima a Milano. Il regista e scenografo è il tedesco Jurgen Flimm, al suo primo Otello di Rossini, pronto a lanciarsi in questa impresa poiché ha potuto contare sulla collaborazione con Anselm Kiefer, ha chiarito. E' nell'atelier parigino di 8mila metri quadrati del collega artista che è nata l'idea di un Otello dove il tema del razzismo è forte, esplicito. O meglio: è il tema-pilastro. Secondo la lettura di Flimm, a Otello vengono tese trappole per ragioni razziali, tanto che gelosie, invidie, arrivismi sono solo concause. Non è il moro d'Africa come lo volle Verdi, bensì un arabo dalla pelle relativamente scura ma con i tatoo della tribù di appartenenza. E' un uomo del deserto, per questo il palcoscenico del Piermarini sarà una distesa di sabbia. Che ne è di Venezia in questo allestimento a arabeggainte? Spunta qui e là, ad esempio verrà richiamata da una gondola, alla fine letto di morte di Desdemona. C'entra la contemporaneità? Sicuramente. Tanto che Flimm mostra una serie di foto di metropoli per ricordare che l'Occidente non può esimersi dal fare i conti con questo problema. Kunde passa agevolmente dall'Otello di Rossini a quello di Verdi. Quale dei due lo fa tremare di più? «Si trema sempre, sono entrambi ruoli straordinariamente impegnativi - spiega il tenore americano -. Però mi sento a mio agio nello stile belcantistico e sono sempre felice di riprendere Rossini. In Verdi si affronta un'orchestrazione più drammatica». Kunde confessa di aver affrontato «diverse regie che stravolgevano la drammaturgia: in questa invece l'azione è realizzata con molta chiarezza. Si tratta di un allestimento interessante ma al tempo stesso abbastanza tradizionale, che non contiene nulla di controverso», spiega. Quest'opera mancava a Milano da 145 anni. «Una delle ragioni di un'assenza così lunga è che è veramente un pezzo per i tenori e bisogna avere interpreti adeguati».