«Ecco il nostro Othello in versione Tarantino»

Sono in cinque ma sembrano un esercito. Perché su di loro e tra di loro si affollano, in rutilante alternanza, maschere, voci, musiche, rimandi alti e bassi, tra il colto dell'arte più illustre – da Manzoni a Dante, da Verdi a Shakespeare – al pop più leggero e libero da sensi di colpa. E così, in quel folle mondo che sono capaci di ricreare sul palcoscenico, è del tutto normale che Pupo possa cedere la parola all'Ave Maria di Schubert, o il cupo, tragico Iago farsi da parte per Fantozzi. Loro sono gli Oblivion, fenomeno teatrale di culto nato a Bologna, trasformatosi in icona da passaparola su You Tube (complice un ormai storica sintesi «liofilizzata» dei manzoniani «Promessi Sposi» che fece il botto tra gli studenti di liceo) e oggi realtà sbanca-botteghino attesa, per il secondo anno consecutivo, al Teatro Manzoni fino al 6 aprile (ore 20.45, domenica ore 15.30, ingresso 32-20 euro, info 02.76.36.901). Dopo «Oblivion Show» e «Oblivion Show 2.0» - grandi contenitori di gag e tanta musica tra modernità pop e varietà d'antan – il quintetto emiliano composto da Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli si ripresenta con uno spettacolo del tutto inedito incentrato su una sola storia, e che storia: «Othello, la H è muta» si assume il compito di demolire a colpi di grottesca ironia uno dei grandi classici della letteratura, nelle due declinazioni teatrali più celebri, quella in prosa di William Shakespeare e quella lirica di Giuseppe Verdi. Perché Othello? La spiegazione, di algebrica precisione, la dà Lorenzo Scuda, compositore e autore insieme a Davide Calabrese: «Il progetto nasce nell'estate 2013. Il nostro primo lavoro embrionale, quando nascemmo dieci anni fa, fu proprio incentrato sull'Otello. Quindi ai duecento di prima aggiunga Otello più dieci. L'Otello è l'opera verdiana più debitrice a Wagner, e il 2013 era anche il bicentenario del compositore tedesco. Altri duecento. Siamo a 410, più Otello. Ora basta fare 2013 meno 410 e viene 1603: l'anno in cui Shakespeare scrisse indovini cosa? L'Otello. Insomma, ci siamo detti: o è Dio o è la numerologia a dirci che dobbiamo fare questo spettacolo!». Detto, fatto. E siccome il citazionismo è alla base di tanti calembour degli Oblivion, il titolo di questo nuovo show chiama in causa la battuta più celebre dell'ultimo film di Quentin Tarantino, Django Unchained: «Per il cowboy tarantiniano – spiega ancora Scuda – la D del suo nome era muta. E, guarda un po', quel cowboy è un eroe nero. Proprio come il nostro Otello». Insomma, di fronte a tanta precisione si deve solo alzare le mani. Per poi batterle a fine spettacolo perché, dall'esordio il 17 agosto scorso al prestigioso Ravello Festival, Othello, la H è muta ha raccolto solidi consensi in giro per l'Italia. «Il ritorno al Manzoni per noi è altamente simbolico – conclude Scuda – La scorsa stagione fummo un esperimento per questo storico palcoscenico: andò talmente bene che, oggi, il Manzoni ha spalancato il suo cartellone ad altri spettacoli fuori dalla stretta prosa, e più giovanili».