Ecco come Palazzo Marino ha tradito il voto referendario dei milanesi

di Carlo Maria Lomartire

«Volete voi che il Comune di Milano adotti e realizzi un piano di interventi per potenziare il trasporto pubblico…» eccetera. Era il primo e il più importante, perché politicamente impegnativo dei cinque referendum del 2011 - ricordate? - «Milano Sì Muove». Quesiti che hanno costituito la base programmatica della maggioranza arancione di Giuliano Pisapia e la cui campagna referendaria è stata di fatto la campagna elettorale del sindaco. Insomma, quel quesito, insieme al secondo che chiedeva di «raddoppiare gli alberi e il verde pubblico», erano le richieste più vincolanti della struttura di consenso che ha portato Pisapia a Palazzo Marino. Quelle che in nessun modo il sindaco poteva eludere, aggirare o trascurare. Pena la completa perdita di credibilità - soprattutto da parte del suo elettorato - e il totale fallimento politico-programmatico. Ed è proprio quello che è successo. Fin dall'inizio. Infatti la prima della troppo lunga ed esasperante serie di stangate che si è abbattuta sui milanesi regnante Pisapia è stato un forsennato aumento del 50 per cento del biglietto dell'Atm, mentre ora se ne annuncia un altro. Il modo migliore per scoraggiare l'uso di tram e metrò. Stangata pietosamente accompagnata dalla promessa che l'aumento era destinato a investire nel trasporto pubblico. Investimenti che non ci sono stati, non sono in programma e non ci saranno. Sono stati, anzi, amputati progetti già in cantiere o già avviati, come, le linee 4 e 5 del metrò, mentre il periodo di minore disponibilità di mezzi, tradizionale dei mesi estivi (ma quando si accorgeranno che le abitudini della città sono cambiate?) veniva allungato. La motivazione, la scusa per questo masochismo programmatico c'è, è nota ed ha una sua consistenza: la crisi economica. Anche il minacciato ulteriore aumento del ticket servirebbe ad evitare aumenti dell'Irpef. Ma la crisi c'era già nel 2011, quando Pisapia fece suo il programma formulato con quei cinque referendum. Tant'è vero che, su istigazione dell'assessore al Bilancio Bruno Tabacci, il salasso cominciò immediatamente, appena la nuova giunta si insediò, neanche il tempo di dire: «Ops! Scusate, non sapevamo, ci siamo sbagliati…».
E del verde, degli alberi, poi, neanche parlarne. Ricordate gli anni di Albertini e di Moratti? Famosi direttori d'orchestra e archistar, nobildonne del Fai e premi Nobel, scrittori e giornalisti militanti, tutti a chiedere migliaia di piante da sistemare ovunque, perfino in piazza Duomo; tutti a boccheggiare per la mancanza d'aria e l'eccesso di anidride carbonica, come se anch'essi sopravvivessero solo grazie alla fotosintesi clorofilliana. Eppure Albertini e Moratti di alberi ne hanno piantati e tanti, ma mancò poco che fossero denunciati per tentata strage. Quanti alberi ha piantato Pisapia? E perché ora nessuno si esibisce in mirabolanti richieste di migliaia di piante, magari in Galleria? E perché i commentatori dei giornaloni non sentono più la necessità del tiglio sotto casa?
Per non infierire ci fermiamo ai primi due quesiti referendari del 2011. Ma le cose vanno peggio con gli altri tre quesiti: un parco sull'area dell'Expo; il risparmio energetico con riduzione delle emissioni di gas serra; la riapertura dei navigli col ripristino della Darsena: un flop dopo l'altro. Ma sono sufficienti i primi due per dimostrare il totale fallimento programmatico della giunta Pisapia.