Ecco perché Colombo potrebbe lanciarsi e decidere le elezioni

L'ex pm del «pool» e consigliere Rai è in grado di mettere insieme tutta la sinistra che non ama Renzi

Luca Fazzo«Domani mi iscrivo al Pd solo per stracciare la tessera». Bisogna partire da questa frase per capire il percorso che potrebbe portare Gherardo Colombo a rompere gli indugi e ad accettare la candidatura a sindaco per il variegato cartello che sta a sinistra di Beppe Sala, e che si ritrova (per ora) unito sotto l'egida di «Milano in comune». La frase è importante perché dà il segno della distanza profonda che separava già allora - siamo ad aprile del 2013 - l'ex magistrato dal partito che pure pochi mesi prima lo aveva designato a rappresentarlo nel consiglio d'amministrazione della Rai.A scatenare l'indignazione di Colombo fu, allora, la mancata elezione al Quirinale di Stefano Rodotà. Ma nei confronti del principale partito della sinistra nutre da sempre una robusta diffidenza. Diffidenza che riguarda più complessivamente il mondo della politica, ed è nutrita in Colombo da almeno tre fattori: l'anima cattolica, inevitabile per uno cresciuto in un paesone un po' beghino come Briosco; la formazione negli ambienti della nuova sinistra; e soprattutto i lunghi anni passati con la toga addosso, in una magistratura che - specie nell'epoca di Mani Pulite, che vide Colombo in prima linea - della propria superiorità morale rispetto al turpe mondo dei partiti faceva una sorta di religione. E che coinvolgeva anche il Pds, nonostante l'ala protettrice che il partito della Quercia aveva steso sull'inchiesta del pool milanese. «I politici sono irrecuperabili», diceva Colombo in piena bufera di Tangentopoli.Colombo entrerebbe a Palazzo Marino alla vigilia del settantesimo compleanno: ma più che l'età ad incuriosire sarebbe l'approccio con cui un duro e puro come lui si calerebbe nella necessità pratica delle delibere, delle trattative, del compromesso, che alla fine hanno logorato uno ben più rodato alla politica come l'attuale sindaco.Eppure Colombo ci sta pensando. A dispetto dell'addio a una vita da piacevole pensionato, con una moglie bellissima e una carica di prestigioso confort come la presidenza della Garzanti. Ci sta pensando, si dice anche se questo lo metterebbe in rotta d'urto con amici di vecchia data come Umberto Ambrosoli, che sta risolutamente con Sala, e passioni più recenti come Francesca Balzani, da lui appoggiata alle primarie, e ora comunque intenzionata a non scendere in campo contro il Pd; però dall'altro lo eleverebbe ad icona di quel mondo dove la sua autorità morale è già oggi indiscussa, quel mondo tra l'intellettuale e il solidale dove si incrociano i percorsi di don Luigi Ciotti, di qualche salotto buono e delle scuole di periferia che in questi anni ha battuto a lungo portando il verbo dell'onestà. Verbo diffuso con una sorta di rassegnazione depressa, un cupo pessimismo di fondo che da tempo lo porta a sostenere che «Mani Pulite è stata inutile», che la legalità è una partita persa, e che in fondo alla gente va bene così «perché è più comodo violare le regole che rispettarle». Come si possa conciliare questa vena di disincanto con quella verve di speranza che è indispensabile in ogni campagna elettorale, questo è il vero interrogativo che pende sulla candidatura di Colombo.