English Bookshop, capitolo chiuso

Abbreviando il suo cognome, come si usa tra amici, potremmo chiamarlo Peter Pan. Ma lui, di evocare personaggi da favola, non ha bisogno. Peter Panton, classe 1944, di storie da raccontare ne ha forse più del simpatico carattere disneyano. I milanesi lo conoscono per il suo storico «English Bookshop», all'angolo tra via Mascheroni e via Ariosto.
Solo libri in inglese, dall'infanzia all'economia, passando per filosofia, storia, arte e narrativa. Acquistati in Inghilterra e oltreoceano, compresi titoli rari, difficili da trovare. Tra i suoi clienti Mina, Ornella Muti, i Moratti, Enrico Cuccia che «comprava solo libri sul business». Attrici straniere, come Brigitte Nielsen: «La vidi seduta al tavolo di un ristorante con un libro in mano - ricorda Peter. Le dissi: “Ho una libreria qui vicino”. Venne e ne comprò parecchi». O l'americana Tatum O'Neal: «Era con un'amica, non l'avevo riconosciuta. “Signora, lo sa che somiglia a Tatum O'Neal?”, chiesi quando arrivò in cassa. Sorrise, fu la sua amica a rivelarmi che era proprio lei». Ora quel negozio, aperto 35 anni fa, sta per chiudere. Fino a fine giugno tutto al 50%, poi la saracinesca si abbasserà per sempre. Troppo forte la concorrenza delle grandi catene e della vendita online di Amazon. «Non ho utili sufficienti a pagare affitto, bollette, gestione. Avevo due dipendenti, ora uno solo, part-time. Il resto lo facciamo io e mia moglie». Se Peter Panton fosse una persona comune, questa sarebbe l'ennesima storia di una piccola libreria costretta a chiudere dai colossi del commercio globale. Il fatto, però, è che quest'uomo, scozzese nell'aspetto e milanese nei modi, è di quelli capaci di arrivare oltre, prima degli altri. Negli anni '70, quando i madrelingua inglesi venivano in Italia a insegnare la nuova koiné internazionale, creò la collana «L'Inglese per tutti»: un metodo d'apprendimento nuovo, basato sull'ascolto delle audiocassette, poi utilizzato dalla casa editrice (la DeAgostini) anche per altre lingue. All'inizio degli anni '80 inventò «Speak Up», il magazine accompagnato da videocassette di film non doppiati, sottotitolati: una rivoluzione che entrò nelle case degli italiani. Non che lui, di lezioni tradizionali, non ne facesse: «Avevo una scuola qui in via Ariosto. Enzo Biagi fu mio allievo. Si definiva un cattivo studente perché non faceva i compiti. Falso: era molto intelligente». Peter sa che bisogna andare incontro ai tempi. Anticiparli. Così, ora che i vhs sono antiquariato e le lingue, per chi non può permettersi tanti viaggi, s'imparano con le app, sta trasferendo in formato per smartphone tutte le vecchie favole. Le immagini di una volta, sullo schermo del cellulare. Ai bambini basta un touch per fermare il racconto (la voce, con una dizione perfetta, è la sua, o di attori professionisti se si tratta di grandi classici), riascoltarlo, conoscerne definizione e traduzione (in 43 lingue) di una parola. «La mia nuova libreria è fatta di app che invento io», spiega. Un po' di nostalgia c'è. «Dentro resto un bibliofilo, i bimbi venivano da me dopo la scuola, con le mamme, a curiosare tra i volumi», racconta, ed è facile immaginarselo, con questa barba bianca, la faccia rotonda e lo sguardo calmo, un Babbo Natale che regala ai piccoli nuovi mondi da leggere. Ma non si lagna. «Le cose cambiano», dice mostrando una vignetta che lo ritrae seduto in poltrona con gli scaffali della libreria coperti di ragnatele e uno smartphone in mano. Perché Peter Panton è un po' come l'altro Peter, quello della Disney: conserva quella fantasia che, a 69 anni, fa sorridere e volare verso isole che ancora non ci sono.