Expo salvata ancora: la rissa tra le toghe fa sfumare l'indagine

Finisce in un nulla di fatto l'inchiesta sul mega appalto per la «piastra» Frenata dallo scontro Bruti-Robledo

Luca FazzoNulla di fatto anche stavolta. Per la seconda volta in poche settimane, la Procura della Repubblica chiede l'archiviazione di una indagine su Expo. Ma se la prima spugna era stata lanciata (per la vicenda dell'appalto alla Eataly di Oscar Farinetti) sulla base di sottili argomentazioni giuridiche, stavolta invece i pm si limitano a prendere atto dell'inevitabile: è trascorso troppo tempo, e soprattutto è scivolato via il momento favorevole a battere il ferro ancora caldo, ottenendo dagli inquisiti dettagli e ammissioni. Ora che Expo è finita, riuscire a dimostrare le accuse è difficile. Probabilmente impossibile. Ma a leggere bene le carte di questo capitolo di inchiesta è comunque utile a capire quanto siano stati blandi i meccanismi di controllo sugli appalti dell'esposizione universale.L'appalto su cui indagava la Procura era quello per la «piastra dei servizi», ossatura tecnologica cruciale del sito: 272 milioni di euro di base d'asta, l'appalto va alla Mantovani con un ribasso sensazionale del 41,8 per cento. Siamo nel 2012. La Procura ha la fortuna di seguire in diretta quanto sta accadendo perché sono in corso intercettazioni ambientali e telefoniche nell'ambito di un'altra indagine, quella sugli appalti di Infrastrutture Lombarde, la società controllata dalla Regione il cui direttore generale Antonio Rognoni verrà arrestato il 20 marzo 2014. Viene intercettato Carlo Chiesa, funzionario di Expo, responsabile unico dei tre procedimenti in cui è stata frazionata la piastra: «Con il ribasso sul prezzo () lo sanno tutti che alla fine visto che devono fare delle varianti una parte la recuperano, quindi per prendere l'appalto si sono tirati un po' il collo». Gli risponde Angelo Paris, direttore generale pianificazione e acquisti di Expo, che verrà arrestato anche lui nel maggio 2014: «Noi qui siamo debolissimi».E in effetti il meccanismo delle varianti in corso d'opera, come previsto da Chiesa, scatta: e la Mantovani riesce a farsi riconoscere da Expo altri 24 milioni di euro. Era tutto previsto fin dall'inizio? Quando la procura di Milano apre l'indagine, sia Paris che Rognoni sono agli arresti. Si potrebbe proporre loro un accordo, una collaborazione a 360 gradi che permetta di fare chiarezza su tutto quanto accaduto. Ma lo scontro in corso in quei mesi tra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo fa sì che l'occasione non venga colta. Alcuni nomi, come quello di Angelo Paris e Antonio Acerbo, finiscono nel registro degli indagati con l'ipotesi di turbativa d'asta: tra gli inquisiti non c'è, a differenza del caso Eataly, il commissario straordinario Giuseppe Sala. Per più di un anno i pm cercano di afferrare il bandolo della vicenda, ma ora decidono di rinunciare.Qualcosa, però, nell'inchiesta salta fuori: è l'audit, il controllo interno che Expo è costretta a commissionare a due aziende indipendenti, Sernet e Adfor, e che viene poi ripreso ampiamente dalla Corte dei conti. Analizzando i sistemi di controllo delle procedure, l'audit individua una lunga serie di falle. E ora quel rapporto è l'ossatura della richiesta di archiviazione dei pm: i reati non sono provati, ma che la trasparenza di Expo fosse assai opaca, questo sì.

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