Fa paura la nuova moschea se diventa scuola di «martiri»

Nel mirino la giunta, disposta a costruire due centri di culto La comunità islamica si difende: «Il Califfato? Una maledizione»

Ha destato scalpore, ma anche enorme sconcerto e grave preoccupazione l'arresto di una donna milanese e dei suoi familiari, coinvolti nel jihad islamico. L'operazione «Martese» ha toccato dunque la nostra città e il suo hinterland fino a Inzago, paese dove Maria Giulia Sergio abitava. Le reazioni non si sono fatte attendere e vanno in due diverse direzioni. La consapevolezza che il terrorismo è più vicino a noi di quanto si possa immaginare con conseguenti perplessità relative alla necessità di aprire nuove moschee e il problema dell'immigrazione, spesso fonte di nuovi pericolosi ingressi.

È Riccardo De Corato, vicepresidente del Consiglio comunale e capogruppo di Fratelli d'Italia, a lanciare il sasso nello stagno delle polemiche sui nuovi centri di culto islamico di cui tanto si parla a Milano. «Dove si sono convertite queste persone? Dove pregavano? Molti terroristi si ritrovavano proprio nelle moschee» si chiede l'ex vicesindaco. Un esempio che viene dall'estero e aprirebbe molti dubbi sulla disponibilità a lasciare libero accesso di culto a questi centri. «Se un Paese islamico come la Tunisia ha chiuso 80 moschee non possiamo far finta di niente!» aggiunge, lasciando intuire che la giunta Pisapia dovrebbe interrogarsi sul proposito di acconsentire a luoghi di preghiera in nome di Allah.

«Il centrosinistra che governa Milano non vede l'ora di aprire le due moschee che tanto desidera» è la critica di De Corato, a cui si aggiunge la preoccupazione, perché «la forte aspettativa ha portato a una situazione di tensione. È ora che ritiri il bando».

Allarga il campo il leader della Lega Matteo Salvini che si domanda se «al governo abbiamo degli incapaci o dei complici» in riferimento agli sbarchi indiscriminati che continuano, portando in Italia chi poi fa proseliti in nome del terrorismo internazionale. Tuttavia il clima pesante, dopo questi arresti, mette in difficoltà anche i musulmani che da tempo vivono nel Milanese. La comunità islamica di Inzago, il paese dove «Fatima» Maria Giulia Sergio abitava, ha minimizzato i rischi che nel centro dell'hinterland brucino fuochi di terrorismo. «Da noi solo kebab, non Isis» spiega un immigrato che dal 2006 gestisce la rivendita di alimentari. «Non ci sono mai stati problemi di religione e lavoro davanti alla chiesa. Vedo molta gente che va a pregare Dio e anch'io talvolta lo faccio nel mio centro, con il massimo rispetto per tutti».

La comunità di Inzago è preoccupata: «La nostra più grande rabbia è contro l'Isis. Per colpa delle cose orribili che fanno, tutta la gente perbene che lavora qui, adesso si sente in difficoltà». I sospetti si infittiscono, gli sguardi in cagnesco sono impossibili da evitare e la convivenza diventa ogni giorno più difficoltosa. Tuttavia a ragionare con maggior lucidità e freddezza è Mariastella Gelmini, vicepresidente vicario dei deputati di Forza Italia. La leader azzurra separa con attenzione i concetti di terrorismo e immigrazione. «Hanno cause diverse e a cause diverse bisogna rispondere con strumenti diversi. Confonderli rischia di non farci combattere con la dovuta efficacia il terrorismo e di impedire una seria e puntuale politica di contenimento dell'immigrazione. La minaccia più temibile viene dal terrorista informatico, mimetizzato e irriconoscibile, una volta immerso nella vita di tutti i giorni. Contro questo fenomeno occorre un lavoro, senza sosta, di intelligence». Servono uomini e mezzi che il governo ha tagliato, ora - secondo la Gelmini - bisogna investire nuove risorse. Un appello a cui si collega anche la deputata di Fi Daniela Santanchè: «L'Isis è tra di noi e gli arresti di questa mattina (ieri, ndr ) lo dimostrano e non finisce qui. Renzi e Alfano dovrebbero capire che è già in atto una guerra, senza carri armati e proiettili, ma molto più subdola e pericolosa. Governo sveglia!».