La falsa sentenza salva la Sea? Ora il Comune salva il giudice

Palazzo Marino non si costituisce contro la toga del Tar accusata di aver scritto un dispositivo ad hoc

Chi ha scritto davvero la sentenza con cui a fine maggio del 2013 la terza sezione del Tar lombardo ha salvato dal crac Sea Handling, la società che gestisce lo smistamento dei bagagli a Malpensa e Linate?

È questa la domanda cui deve dare risposta il processo, iniziato ieri, che vede imputato per falso ideologico Adriano Leo, il giudice amministrativo che di quella sezione era presidente. E che, secondo il pm titolare del fascicolo Roberto Pellicano, depositò un dispositivo diverso da quanto deciso in sede di camera di consiglio con gli altri due membri del collegio, i giudici Fabrizio Fornataro e Silvana Bisi: l'inchiesta della Procura nasceva proprio dalle dichiarazioni rese in questo senso dai due davanti al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, che sulla vicenda aveva aperto un'indagine interna.

«Se ci sono irregolarità e se saranno rilevati anche elementi di rilevanza penale è chiaro che il Comune di Milano è e sarà parte lesa», aveva dichiarato il sindaco Giuliano Pisapia a fine gennaio 2014. Eppure, così non è: nella prima udienza di ieri nell'aula IV bis del Tribunale, non c'era nessuno dell'Avvocatura Comunale. Palazzo Marino non si costituisce parte civile, né potrà farlo in seguito, a fase dibattimentale iniziata. Come mai? È una scelta che non contribuisce a dissipare i dubbi su quella sentenza che salvò, di fatto, Sea Handling e sollevò il Comune da una bella grana.

Ricostruiamo i fatti: a dicembre 2012 la Commissione europea qualifica come «aiuti di Stato», illeciti perché turbano la libera concorrenza del mercato, i 360 milioni erogati dal Comune a Sea Handling nel corso di 10 anni, sotto tre diverse amministrazioni: Albertini, Moratti e Pisapia. Quando arriva la decisione europea, sono maturati anche gli interessi, e Sea Handling si trova costretta a rimborsare 452 milioni di euro. Una stangata che rischia di far fallire la società, mandare 2.300 dipendenti a spasso e gettare nel caos lo scalo milanese e quello varesino. Dunque, una bomba che sta per deflagrare a Palazzo Marino.

Finché, a fine 2013, interviene la salvifica e discussa sentenza. Che addirittura sospende il provvedimento europeo, autorizzando Sea Handling a non mettere a bilancio il debito, e quindi salvarsi.

Ma il contenuto di questa decisione, dicono gli altri due giudici, non corrisponde a quanto deciso nel silenzio della camera di consiglio. La sentenza, è il sospetto, sarebbe stata «manipolata». Dal giudice Leo, ma forse - è l'ipotesi più grave - su suggerimento di qualcun altro. Chi?

«Presenteremo un'interrogazione urgente già domani (oggi, ndr ) su tutta la questione perché è anomalo, specie tenendo conto del fatto che il sindaco è un avvocato e quindi conosce benissimo modalità e tempi per la costituzione di parte civile», annuncia il vicepresidente del consiglio comunale e capogruppo di Fratelli d'Italia Riccardo De Corato. Che aggiunge: «Resta una patina di opacità su questa vicenda, il Comune doveva comunque costituirsi parte civile, perché c'è un danno d'immagine. Mi chiedo se per il sindaco questo non sia meno importante dei soldi: se Pisapia è soddisfatto di salvare la faccia con i lavoratori e invece glissa su tutto il resto non va bene».

Twitter @giulianadevivo