"La ferita sarà davvero chiusa solo con Battisti in carcere"

Il figlio del gioielliere ucciso nel '79 incontra il ministro «Dopo 40 anni mio padre comincia a riposare in pace»

«Penso che mio padre, il padre di Sabatini e il fratello di Campagna, dopo 40 anni possano finalmente cominciare a riposare in pace». Non usa parole di rabbia Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, vittima milanese dei «Pac» di Cesare Battisti. Spiega che non c'è odio, rancore o desiderio di vendetta. Parla di giustizia quando arriva a Palazzo Castiglioni per incontrare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, annunciato alla scuola di formazione politica della Lega. Parla con i giornalisti e sorride, Torregiani. Racconta di aver trascorso una nottata agitata, quasi una premonizione, e di aver ricevuto decine di messaggi e telefonate fin dall'alba, quando ha cominciato a circolare la notizia dell'arresto di Battisti. Spiega che la sua presenza in corso Venezia è legata all'attività della scuola politica leghista. «È stato un caso che io fossi qui oggi, faccio parte dell'associazione che ha organizzato questo evento», ma il caso è diventato coincidenza, e Torregiani vuole incontrare il ministro per «chiedergli di mantenere la fermezza».

Sono passati quasi 40 anni esatti da quel terribile 16 febbraio 1979, giorno in cui il padre - aprendo la piccola gioielleria della Bovisa insieme ai figli - fu vittima dell'agguato di un commando dei Proletari armati per il comunismo. Provò a difendersi Pierluigi Torregiani, ma rimase ucciso. Lui, Alberto, allora quindicenne, fu colpito da un colpo vagante che lo rese paraplegico. Come ideatore e mandante di quel terribile omicidio è stato condannato proprio Cesare Battisti, il terrorista comunista che ieri, dopo 37 anni di latitanza, è stato finalmente arrestato in Bolivia.

«È una ferita ancora aperta - spiega Torregiani aspettando Salvini in corso Venezia - Credo che sarà chiusa nel momento in cui sarà determinata la sua carcerazione».

Torregiani è milanese e un incontro con Salvini lo ha già avuto nel 2008, al Parlamento europeo. Lo racconta lui stesso, ricostruendo la sua personale battaglia di questi anni: «Andai per chiedere un impegno comune nella risoluzione del caso». E «da allora - riconosce - lui ci ha sempre messo la faccia». «Il governo - dice - ha avuto l'opportunità e le condizioni per attuare l'estradizione. Ringrazierò le persone che hanno lavorato a far sì che questo accadesse. Il governo italiano ha fatto il suo, che era dovuto. Ma è ovvio, non si può non ringraziarli». «Ci siamo congratulati a vicenda - fa sapere dopo l'incontro con Salvini - visto che da tempo lavoravamo a questo obiettivo».

In cima ai suoi pensieri ci sono le forze dell'ordine, che tante volte si sono trovate dalla stessa parte delle vittime del terrorismo e delle loro famiglie. «La gratitudine è a loro» dice. Adesso manca un solo passaggio, per chiudere il caso Battisti: «Facciamolo arrivare in Italia, poi possiamo dire la storia è finita». «L'importante che vada in galera, anche se condannato in contumacia» aggiunge. «È stato condannato da una corte civile» precisa. E non da «un tribunale militare». L'importante è che sconti la sua pena e che non ci siano revisioni: «Sarebbe malsano e fuori luogo riaprire una ferita che sta guarendo poco a poco». La ferita per la morte del padre e di tutte le altre vittime del terrorismo «non è ancora chiusa e potrà esserlo solo quando sarà determinata sua carcerazione». «Voglio andare in tutta Italia e portare la mia esperienza a quante più persone», rivela.