Firme false, assolto Podestà «Non tornerò a fare politica»

Sentenza ribaltata in Appello per l'ex presidente della Provincia. Il tribunale: non ordinò lui l'imbroglio

Luca Fazzo

Chissà se aveva ragione Guido Podestà, quando sosteneva che tutto il processo contro di lui per la vicenda delle firme false era solo un cascame dello scontro furibondo che in quegli anni attraversava la Procura milanese, la battaglia permanente tra il capo Edmondo Bruti Liberati e il suo vice Alfredo Robledo: Bruti convinto che l'imputazione non stesse in piedi, Robledo incontenibile nella sua verve accusatoria. Sta di fatto che quell'epoca sgradevole ormai appartiene al passato, Bruti è in pensione, Robledo esiliato a Torino. E ieri le accuse all'ex presidente della Provincia si sgretolano.

Assolto «per non aver commesso il fatto»: questa la formula con cui i giudici della Corte d'appello (presidente Giuseppe Ondei) cancellano la condanna a due anni e nove mesi di carcere che era stata inflitta a Podestà in primo grado. Assodato che il pasticcio avvenne, e che centinaia di firme apposte a sostegno della liste del Pdl e «Formigoni presidente» per le regionali del 2010 erano state scarabocchiate da questo o quell'impiegato del partito, l'intero processo ruotava intorno a una domanda semplice: chi aveva dato l'ordine? Podestà ha sempre detto: non io. La Corte d'appello gli dà ragione.

Sono ore febbrili, quelle che si vivono in viale Monza, nella sede del Pdl, la sera del 26 febbraio 2010. Mancano poche ore alla scadenza per depositare gli elenchi dei candidati, ritocchi e aggiustamenti dell'ultimo momento hanno fatto scorrere il cronometro. Militanti da ogni dove vengono convocati in sede per sottoscrivere gli elenchi, per legge servono 3.500 firme. Ma l'obiettivo è fuori portata. E Clotilde Strada, funzionaria del partito, dice: «Usiamo i certificati». Cioè i vecchi certificati elettorali di simpatizzanti, utilizzati in occasione di elezioni precedenti. Così avviene. Quando i carabinieri, dopo una denuncia dei Radicali, scoprono che 926 firme sono inequivocabilmente apocrife, e iniziano a interrogare i presenti, la consigliera del Pdl Barbara Calzavara punta il dito contro la Strada. E la Strada, a sua volta, scarica su Podestà: «Me l'ha ordinato lui».

Al processo di primo grado, Podestà aveva negato tutto, spiegando che quando era arrivato in viale Monza «c'era un clima più che disteso, non c'era la sensazione di una situazione di emergenza». Perché la Strada l'accusa? «Può aver voluto sgravarsi dalle proprie responsabilità». E aveva evocato anche l'ombra di manovre interne al Pdl, «poi si sa che in un partito possono esserci dei contrasti e che io posso essere uno scomodo». Il giudice Monica Amicone non si era convinta, e aveva condannato Podestà: seppur attenuando il reato a violazione della legge elettorale, e infliggendogli una pena dimezzata rispetto a quella stellare invocata da Robledo, cinque anni e otto mesi.

Ieri, tutto si azzera.

«Io ci credevo - reagisce Podestà a botta calda - perché ho sempre creduto nella giustizia, si afferma quella che per me era dall'inizio una verità evidente. E cioè che io non mi occupavo di questa parte delle attività del partito. Certo, una persona sgravandosi della sua responsabilità ha affermato una cosa: ma tutti gli altri presenti ai fatti hanno testimoniato il contrario».

Adesso tornerà a fare politica? «No grazie. È una decisione - risponde Podestà - che ho preso quando ho smesso di fare il presidente della Provincia, non solo per questa vicenda, anche se l'amarezza che ti danno certe situazioni ti lacera dentro. Dopodiché un politico non deve stare seduto sulla poltrona col vinavil, è giusto che anche altri abbiano spazio e offrano al Paese quello che sono in grado di dare».

La Corte ha annullato anche la condanna a Nicolò Mardegan, allora consigliere provinciale di Forza Italia, per nullità degli atti conclusivi dell'indagine, rimandando il fascicolo in Procura; e ha ridotto le pene agli altri imputati, tutti ex consiglieri provinciali, infliggendo due anni a Massimo Turci, uno e mezzo a Barbara Calzavara e sei mesi a Marco Martino, che in quelle ore di marasma certificarono senza stare a pensarci troppo l'autenticità delle firme fasulle.