Formigoni «legge» Fini «Siamo due anime di un grande partito»

Gianfranco Fini e Roberto Formigoni. Vietato parlar di complotti, ma certo che la coppia è strana. Soprattutto di questi tempi, con il presidente della Camera in rotta di collisione con quello che ha sempre detto essere il suo mondo e il governatore di Lombardia in attesa di chiedere all’elettorato di centrodestra un nuovo lasciapassare per il Pirellone. Il salotto milanese è uno di quelli buoni, la sala Buzzati del Corsera, l’occasione è la presentazione del Futuro della libertà, sottotitolo «Consigli non richiesti ai nati nel 1989», l’ultima fatica editoriale di Fini per i tipi di Rizzoli. Lo sguardo, la promessa, sono rivolti all’avvenire, ma l’interesse è inevitabilmente per un presente terribilmente complicato. Giorni in cui il centrodestra scopre, vista la manifesta impotenza del Pd e dei nanetti della sinistra, che forse gli unici possibili nemici circolano in casa. Una cosa che manda su tutte le furie il premier Silvio Berlusconi. Mai citato, e sarà un caso, nel libro di Fini. «Non mi preoccupo né della successione a Berlusconi, né di ciò che è relativo all’azione quotidiana del governo», assicura il cofondatore del Pdl. Chi vuole gli creda. «Mi interesso - assicura lui - di quella che definisco la permanente attualità. E cioè di quei temi attuali che sono destinati a durare nel tempo». Come la laicità dello Stato, il diritto della persona, la cittadinanza per gli immigrati, la procreazione assistita, il testamento biologico atteso nelle prossime settimane dalla battaglia in Senato. Tutti temi su cui la distanza da Formigoni è siderale. E allora? «Ma perché stupirsi? Fini - sorride il governatore - è il presidente della Camera». Dice prima così, ricordando solo poi che è anche «il fondatore del mio partito». Un grande partito, sottolinea, «che vuole superare il 40 per cento». E che quindi, fa capire, deve essere capace di accogliere anche posizioni diverse. Come quelle sui temi etici. «Le nostre dissonanze - ammette Formigoni - sono evidenti. Ma più che legittime. Ne abbiamo discusso tante volte. E, del resto, i nostri interventi al congresso di fondazione del Pdl sono stati i più applauditi». Come a dire che c’è posto per tutti. «Siamo due anime per un grande partito».
Un ragionamento che fila. Anche perché poi Fini parla di federalismo. E allora le mani si tendono. Un impegno da mantenere, cinguettano entrambi. «Il federalismo fiscale - ricorda Fini - è l’ultima occasione per il Meridione. O si responsabilizza la classe politica, o rimaniamo col rimborso a piè di lista. Tanto paga lo Stato. Il debito pubblico ha superato il 120 per cento. E continua a crescere. Sapete perché? In alcune regioni l’aumento della spesa è vertiginoso. Penso alla sanità. E nessuno risponde». Parole dolci come il miele per l’interlocutore. «Il federalismo è nel Dna del centrodestra», assicura Formigoni.
In terra di Lombardia c’è un buffetto anche per Tremonti. «La crisi finanziaria dimostra che il mercato è un valore, ma anche che le regole servono». E il Berlusconi non citato nel libro? «Io parlo di problemi», cerca di cavarsela Fini. «Non ordisco complotti e non preparo lotte di successione». Poi assicura di non voler partecipare alla cena di Arcore tra Berlusconi, Tremonti e Bossi. «Questa sera mangio con Martina e Carolina». Le due piccole figlie.
Magari ripensando a Michele Salvati, economista e politico già deputato con l’Ulivo e teorico del nascente Pd che, con il libro di Fini in mano, si chiedeva: «Ma non è strano che a leggere queste pagine io trovi le stesse idee di quello che sarebbe il mio ideale partito di centrosinistra? Stessa cultura liberal-democratica, stessi autori da citare». Sì. Non si parlasse di Fini, sarebbe effettivamente strano.