Il fronte del no al referendum scopre un centrodestra unito

Il comitato lombardo boccia le riforme costituzionali Lega, Forza Italia e FdI concordi: «Renzi da bocciare»

Sabrina Cottone

Debutta il «Comitato Lombardia per il no» al referendum sulle riforme costituzionali del governo Renzi. Fianco a fianco al Circolo della stampa, vertici e nomi noti di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia: gli azzurri Paolo Romani, Mariastella Gelmini, Daniela Santanchè, Luca Squeri, Alan Rizzi, i leghisti Roberto Maroni, Giancarlo Giorgetti e Paolo Grimoldi (organizzatore del tavolo), per FdI Ignazio la Russa e Paola Frassinetti.

Lo schieramento che va da Forza Italia a Lega a Fratelli d'Italia è piuttosto compatto. Ecco Paolo Romani, capogruppo dei senatori azzurri: «È una riforma pasticciata. È bene che si ritorni a zero. Negli ultimi anni i tempi della politica hanno subito una brusca accelerazione. Quel che sembrava bene, ora non lo è più. In un sistema tripolare come l'attuale, con il 27% dei voti al primo turno, si rischia di arrivare al ballottaggio col 55%». E la coordinatrice regionale, Mariastella Gelmini: «Fi non ha nessuna nostalgia del Nazareno. Siamo schierati per il no contro una minoranza che cerca di approvare una riforma sbagliata nel merito e nei contenuti. Una riforma che mette a dieta Comuni e Regioni e non a sufficienza ministri e enti centrali, costruita contro le autonomie».

Daniela Santanchè propone di «moltiplicare le iniziative per il no. Questa riforma è stata approvata con la fiducia, se la sono cantata e suonata da soli. Politicamente il no unirà tutti coloro che vogliono vincere Renzi. Su immigrazione, sicurezza, Paese, lavoro e tasse noi abbiamo altre ricette».

Sul palco il presidente della Regione, Maroni. Lui non poteva mancare: venerdì scorso, al Circolo della Pallacorda, il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, non ha nascosto gli effetti del sì: «Riduciamo i poteri delle Regioni».

Attacca Maroni: «Per noi governatori aderire al no è una sorta di legittima difesa. Ci tolgono competenze come protezione civile, sanità e lavoro. Con la clausola di supremazia decide tutto il governo. A che servirebbe il presidente della Regione?». E Giorgetti, vice segretario federale della Lega: «Mi stupisco che esista anche un solo sindaco d'accordo. Mi chiedo come possa esserlo Sala». Laura Ravetto, FI, lamenta che siano state «escluse dalla riforma le regioni a statuto speciale». Le altre ragioni forti, elencate da la Russa e condivise un po' da tutti, sono la mancanza di un tetto alle tasse e il presidenzialismo negato.

La Russa spinge sull'acceleratore delle dimissioni di Renzi dopo il referendum. Sui tempi gli altri sono più possibilisti. Secondo Romani, se vince il sì, ci sarà bisogno della legge elettorale e così anche se vince il no. E anche la Gelmini è aperta a più ipotesi: «Credo che ci saranno le elezioni anticipate ma lo scenario può cambiare». Nei giorni scorsi era stato Stefano Parisi a dire di non ritenere «necessarie» l'addio di Renzi se vincerà il no.

Mancano all'appello Ncd e l'area popolare, dilaniata tra chi fa campagna per il sì, come Maurizio Lupi, e chi è favorevole al no, come il consigliere comunale Matteo Forte. Notata l'assenza di Stefano Parisi, che ha già assicurato il suo sostegno al «no». E quella del «popolar-parisiano» Forte: difficile conciliare la passione per il no con i rapporti con Lupi e l'assente Parisi. E poi non si vede Matteo Salvini.