Tra Galleria e Dal Verme adesso i locali storici si sentono sotto sfratto

Da "Rita e Antonio" al "Camparino" e "Biffi" gli inquilini del Comune rischiano la gara

Il primo a contare i giorni senza avere ancora certezze sul futuro è il «Camparino», un simbolo dell'aperitivo a Milano. L'insegna apparsa per la prima volta in Galleria nel 1915 - e ritornata nel 2012 dopo una parentesi di sedici anni come «Bar Zucca» - ha il contratto di affitto in scadenza a fine agosto. La via tracciata dal Comune con i bandi di gara per tutti e senza diritto di prelazione potrebbe toccare anche al bar gestito da Orlando Chiari, due volte Ambrogino d'Oro (Albertini lo consegnò a lui, Pisapia al locale che guida con la moglie Teresa Miani dal '99 raccogliendo l'eredità di papà Guglielmo). C'è il precedente forte del ristorante «Savini» che ha salvato il posto nel 2016 con un ricorso al Tar che ne ha riconosciuto il valore come bottega storica. Ma dopo il caso della gara per i due ristoranti il «Salotto» e la «Locanda del gatto rosso», su cui la giunta ha tirato dritto nonostante ricorsi e polemiche (e gli inquilini battuti ora si attaccano alle sentenze per restare), tira aria di sfratto per tutti. Non solo in Galleria, ma anche di fianco al teatro Dal Verme dove - per dire - il ristorante «Rita e Antonio» con l'affitto in scadenza nel 2020, serve cotolette e pizze dal 1972 e si è visto rinnovare la concessione degli spazi da giunte di colori diversi senza mai fino a oggi aver avuto la sensazione di dover affrontare una gara. Sull'altro lato del teatro c'è il ristorante i «Quattro Mori», promosso bottega storica nel 2006.

In Galleria aspetta con una certa ansia il 30 ottobre del 2018 (scadenza del contratto) il titolare del ristorante «Galleria» Pier Galli che è anche il presidente dell'Associazione il Salotto che riunisce i commercianti dell'area. Come portavoce dei locali che sono da più tempo sotto le volte di vetro e hanno investito forti capitali nella ristrutturazione dei locali - vedi il «Gatto rosso» - non avendo avuto il sentore da Palazzo Marino che il rinnovo non sarebbe stato automatico. «Se ci fosse stato un largo preavviso avrebbero ragionato da imprenditori - contesta Galli -, chiedevano almeno il diritto di prelazione». Peraltro l'assessore al Demanio Roberto Tasca confidava forse con l'ultima gara di richiamare chef o marchi noti nel mondo della ristorazione, ma a battere gli inquilini sono stati la società Lupita's che gestisce un ristorante messicano in provincia di Brescia ed è collegata all'outlet dei dolci ODStore e la società Molino 6-678 che invece ha un pub a Molino Dorino. Certamente ha ottenuto l'obiettivo della valorizzazione: i concorrenti hanno offerto oltre il doppio e il triplo della base d'asta.

L'anno della grande rivoluzione delle insegne potrebbe essere il 2019/20, quando scadono una ventina di contratti tra Galleria e i portici di piazza Duomo: dalla gioielleria «Grimoldi» all'oreficeria «Cielo», la farmacia, il negozio di abbigliamento «Ruggeri», il cravattificio «Cadè», «Andrew's Ties», «Oxus», il negozio di souvenir «Algani» affacciato su piazza Scala, il ristorante «Biffi», la valigeria «Bric's». Tanto per citare. Intanto, aspettando che finiscano i lavori per lo sbarco di «Chanel», «Montblanc» e il ristorante di Carlo Cracco in Galleria, la boutique «Massimo Dutti» apra un megastore negli spazi che erano occupati dalla Zecca dello Stato e «Bart sì», e in quelli dell'ex boutique Dutti si allarghi «Motta» con il dehor, oggi passeggiando tra piazza Duomo e l'Ottagono più che vetrine si ammirano le serrande abbassate.