La Gazza vola sulla Scala e regala Rossini a Chailly

Storica edizione dell'opera che torna in teatro dopo 176 anni. Regia da Oscar con Salvatores

Rullo di tamburi, quindi lunga pausa. Altro rullo di tamburi e di nuovo pausa. Poi via, si parte spediti, anzi si marcia allegramente: all'italiana (non certo alla tedesca). Le feste sono alla porta. Si aspetta a braccia aperte Giannetto che vincitor torna dalla guerra. Così s'apre La Gazza ladra di Rossini, opera semiseria che alla Scala va in scena dal 12 aprile dopo 176 anni di assenza. L'esordio della Gazza è arcinoto, sicuramente sarà pure finito in qualche suoneria o attesa telefonica. Kubrick la inserì in Arancia Meccanica: violenze e brutalità stridono perfettamente con questa musica fresca, volatile e pruriginosa, del più squisito Rossini. Questi sono 10 minuti notissimi, che compensano le altre 3 ore di musica ignota ai più. La Gazza ladra creata per la Scala 200 anni fa, venne qui replicata fino al 1841 poi scomparve. Il direttore musicale Riccardo Chailly ha voluto fortemente questo ritorno, e di fatto anche per lui sarà una prima volta. Ha diretto la sinfonia d'apertura e pagine sparse, ma mai l'opera nella sua interezza. E vi inietta una bella dose di adrenalina. Chi l'ha sentita, ne parla in termini di Gazza elettrica, veloce e snella. Proprio come la fanciulla acrobata, Francesca Alberti, che vedrete volteggiare in scena incarnando questo uccello dispettoso che nell'opera ruba un cucchiaio creando un bel problema a Ninetta, accusata di furto. Il personaggio di Ninetta è affidato al soprano Rosa Feola, al suo debutto scaligero e di ruolo. Il coprotagonista, il viscido e losco Gottardo, è invece Michele Pertusi, veterano del ruolo, alla sua terza produzione. Edgardo Rocha (Giannetto), spagnolo, è l'unico non italiano del cast che accoglie l'ultima generazione di cantanti rossiniani: Paolo Bordogna come Fabrizio Vingradito, Alex Esposito come Fernando Villabella, Serena Malfi come Pippo e Teresa Iervolino come Lucia.

Il regista è Gabriele Salvatores, premio Oscar per Mediterraneo. Salvatores non ha problemi ad ammettere di sentirsi «come Alice nel Paese delle meraviglie». In che senso? Spiega che è nato sulle tavole del palcoscenico di prosa (l'Elfo), ha creato anche tre spettacoli d'opera negli anni Ottanta. Poi tuffo, e felice permanenza, nel cinema. Ma volentieri - dice - in queste settimane s'è preso una vacanza dal set per dedicarsi al melodramma, più precisamente a un'opera semiseria dove un po' si ride e un po' si teme. Le pagine spumeggianti si intrecciano infatti con marce funebri. Fino ai 123 rintocchi di campana (in scena) e scarica finale di armi da fuoco. Spari che il pubblico, dati gli avvicendamenti teme siano indirizzati a Ninetta mentre si scoprirà che sono un'esplosione di gioia. La colpevole non è la servetta bensì l'uccello, dunque salva la fanciulla. L'amaro in bocca permane però: nell'epoca in cui l'opera venne scritta e nella terra che fu di Cesare Beccaria, un servo poteva morire per il furto di un utensile da cucina.

L'idea madre della regia di Salvatores ruota proprio attorno alla figura della gazza acrobata che fa e disfa, artefice indiscussa dello spettacolo: cambia luci, scenografie e guida talvolta i personaggi. Sorta di Figaro di qualità. Non è certo la solita ed oleografica gazza in gabbia. Anche di Ninetta, Salvatores ha inteso sottolineare aspetti che magari altre regie hanno velato o sottovalutato, non vedremo una donna passiva e succube delle trame del podestà. Sarà una forte come una roccia.

A un soffio dalla prima, Salvatores assicura di essersi trovato talmente bene con i cantanti che «un giorno - ha detto rivolgendosi a loro - vi chiederò di collaborare con me, nel cinema». E Pertusi, emiliano pacioso, «staccherò i biglietti».