GIALLO milanese

Sono mesi che la inseguo. Non poteva continuare a scapparmi. A uno come me, con due palle così. A uno che ne ha passate di cotte e di crude. A uno che non gli sfugge niente: nemmeno la più piccola sfumatura.
L'hanno cercata per tutta l'Italia, gli altri. Ma io so dov'è. E' qui. In città. A Milano.
Non vorrei dirlo ma non è un caso che il muro del mio ufficio di via Fatebenefratelli sia tappezzato di lodi, encomi solenni e ritagli di giornale.
Io lavoro sotto copertura, sono un undercover come direbbero gli americani.
Il mio nome di battaglia è Primo!
Ho fame. E fa caldo.
Ad Alba ho seguito un corso per infiltrati. Sono arrivato… Adesso capite perché mi hanno chiamato così. Conosco il mestiere.
Non dobbiamo farci fregare anche stavolta, mi ha detto il capo.
Per questo ha scelto me. Il fascicolo che ho aperto sulla scrivania contiene tutta la documentazione che mi occorre. La beccheremo di sorpresa. Sul fatto. Sappiamo dove trovarla e la cattureremo. Dio, se la prenderemo! E' maledetta, però: a un collega proprio io gliel'avevo fatta trovare su un piatto d'argento. Ma è stato scoperto. Che idiota. Hanno visto il distintivo. Ha dovuto mollare. Il capo gli ha aperto un procedimento disciplinare, voleva trasferirlo in un'altra sezione, addirittura in un altro distretto. Io non lavoro così. Io sono un segugio di un'altra categoria.
Ho fame. E fa caldo.
Lascio l'ufficio non prima di aver pulito il «ferro». E' una consuetudine ormai. Controllo le cromature e provo per l'ennesima volta l'impugnatura. Verifico che l'incavo naturale di quel metallo si adatti perfettamente alla mia mano e alle mie percezioni.
Non ho mangiato niente e questo è male. Quando si entra in servizio è meglio sentirsi sempre un po' pieni. Si lavora meglio, con più entusiasmo e professionalità.
Ho fame. E fa caldo.
Con l'Alfa «civetta» percorro le strade della città, la grande Milano, come la grande Mela, e mi godo il rosso skyliner del tramonto sulle torri, le chiese, i palazzi. Da via Manzoni, lascio alle spalle la Scala e scendo per corso Magenta. In piazza Piemonte svolto a sinistra per via Washington e giù ancora verso Lorenteggio: direzione Abbiategrasso. Devo fare presto.
Ho fame. E fa caldo.
Ci metto incredibilmente poco (ah, che bella la mia Milano d'estate!). Una mezz'oretta ed eccomi arrivato: Località Vigano Certosino, via Pellegrino Artusi, 17, un po' fuori mano, certo, ma pur sempre alle porte della città.
Una vecchia casa contadina adattata a trattoria. Posteggio la macchina di servizio nel piazzale antistante. Spengo la radio e metto il cellulare in «vibra». Controllo le targhe delle altre auto; non voglio interferenze con i cugini, con la concorrenza. I migliori investigatori siamo noi. Non scherziamo per un cazzo.
Bene, negativo. Le targhe sono pulite. Chiamo il capo.
Lo avviso che mi trovo sul posto e che la bonifica è okkei.
Faccia attenzione ispettore, si è tanto raccomandato, non combiniamo altre leggerezze.
Gli ho risposto che poteva stare tranquillo. Sono un professionista.
Ho fame. E fa caldo.
Entro dunque «dalla Cesarina, antica trattoria», un posticino del tipo «tavoli-con-la-tovaglia-di-plastica (a quadratini bianchi e blu) fermata-con-mollette».
Dico che sono da solo e l'oste, un tipo con il grembiule sporco allacciato in vita, le maniche di camicia hawaiana tirate su, mi accompagna fino al grazioso cortile molto affollato.
Indica un tavolino con due sedie impagliate e mi fa cenno che arriva subito da me. Poi, senza che io gli chieda niente, mi mette sotto il naso una brocca di rosso della casa, una di acqua di fonte e un cestino di pane. Il bicchiere è del tipo piccolo e spesso. Le posate da caserma. Fantastico.
Ho fame. Però qui è bello e fresco.
Mi guardo intorno senza dare troppo nell'occhio.
Merde, eccola!
Non è elegantissima, ma l'ho riconosciuta dalle foto che ci sono state inviate dal «servizio». Si trova a «ore cinque». E' sola.
Devo stare comunque molto attento.
Il trattore mi chiede cosa desidero da mangiare e mi sciorina uno scarno, ma invitante menu di specialità milanesi. Con noncuranza accenno al tavolo delle ore cinque e domando lo stesso che ha portato a quella signora. L'oste non dice nulla: si limita a guardarmi sottecchi e a cinghiarsi un tovagliolo lercio sulla spalla sinistra. Intanto, lei, non la perdo d'occhio.
Spalanco i cinque sensi mentre mangiucchio un po' di pane.
Ho fame, ho fame!
Passano cinque interminabili minuti.
Eccola.
Sta uscendo: finalmente potrò dimostrare tutta la mia professionalità, la mia famosa obiettività.
Il ferro lo tiro fuori dopo, solo se necessario.
L'oste si avvicina al mio tavolo allegro e a braccia aperte accompagnato da un donnone dalle gote rosse con un sorriso largo e campagnolo. L'ostessa porta al capo un vistoso fazzoletto ricamato a fiori e sul giovenco davanti una parannanza bianca di farina. Tra le sue mani cicce regge un piatto oblungo, fumante e profumato. Non ci credo. Non può essere vero.
Eeee… Ecco a lù caro ispettor, la mei cotoleta ala milanesa de tücc i temp. La mangi tutta, eh? Mi e la mia sciòra chè tegnum tant, el sa? Ma sì, a finire in quel libro! No? E a tutte quelle stelline! Grazie ispettor, che la mangia, el sentirà che böntaa! E' la Cesarina, la mia signora, che la fa! La più buona del mondo!
E voi! Cari clienti, ascoltatemi! Lo sapete chi c'è qui che cena con noi? Un onore, vi dico! Un onore! Ofri de bev a tücc! Un brindisi. Uè, ma lo sa lei che subito non l'avevo riconosciuta? Uè, ma sarà vero che si fa chiamare Primo? Istèss del me cugnaa! Uè, ma s'el fà? Mi fa cadere la sua bella forchetta? Ma cosa fa, non le piace? Uè, ma stia attento che la mia Cesarina ci rimane male! Ma che cos'è che c'ha! Perché el me guarda in scì?
E adesso? Che cosa gli racconto a Monsieur Michelin?