GIALLO milanese

L’ anno era il 1980, lo sapete. Ah no? Non lo sapevate, questo? Il mese, novembre.
Una strana mattina di novembre, piena di sole, quando per l’ennesima volta sono passato per quella stretta via milanese, a poche decine di metri dall’università Statale, e mi sono fermato davanti alla porta di San Bernardino alle Ossa. Non ci ero mai entrato, anche se immaginavo cosa avrei trovato lì dentro. Due studentesse della mia facoltà hanno imboccato la via e mi hanno quasi sfiorato.
Le ho seguite con lo sguardo. Tremavo ancora per quello che era successo solo pochi minuti prima, e mi sentivo come un cane rabbioso, con la voglia di azzannare, strappare carne. Ho appoggiato la mano alla porta. In quel momento, chissà perché, il sogno che avevo fatto prima di svegliarmi quella mattina mi si è dipanato davanti: chiaro, completo, con il suo labirinto di stanze e corridoi, e personaggi sconosciuti che sapevano qualcosa che io ignoravo, erano partecipi di un segreto dal quale io ero escluso.
Per un attimo il sogno mi è sembrato più importante di quello che era appena accaduto. Questo pensiero era così folle che mi ha sgomentato. Ho scostato la porta, sono scivolato dentro e me la sono chiusa alle spalle.
Nella cripta, l’unica luce veniva dalle candele.
Una donna molto vecchia era china su una scopa dalla quale poteva benissimo essere appena smontata, di ritorno da un sabba, e puliva il pavimento. Non ha alzato la testa. Il chiarore fioco illuminava un piccolo altare, un accenno di arredo sacro, e tutt’intorno quello che ero venuto a vedere: pareti nere gremite di ossa e teschi, racchiusi dietro reti metalliche - i morti di un’antica pestilenza, così mi avevano detto.
Il silenzio e la fresca umidità del luogo trovavano una strana sintesi nell’unico suono, quello della scopa che strisciava sul pavimento di pietra con un’eco liquida e frusciante.
I morti mi fissavano, eternati nelle loro pose. C’erano crani grandi e piccoli, ossa che erano state uomini, donne, bambini. Certe geometrie di tempie, orbite, zigomi e mandibole erano perfette, quasi fossero sempre esistite solo in quello stato e né carne né pelle avessero mai mascherato il teschio; altre invece suggerivano fisionomie, alludevano a volti che sembravano formarsi in trasparenza, nella penombra.
Ce n’era uno, molto vicino alla porta, che mi guardava con la bocca appena socchiusa.
Ho fatto un passo e gli sono andato di fronte. Non riuscivo a tener ferme le mani e le ho strette forte intorno alle cosce, per scaricare l'elettricità che mi attraversava il corpo. Ho asciugato i palmi sulla tela dei jeans e solo allora mi sono accorto che due dita della destra sembravano paralizzate, lì dove il ragazzo mi aveva morso.
La scopa spazzava il pavimento, alle mie spalle.
Il teschio era più in alto rispetto alla mia testa, e la bocca stava per parlare. Forse parlava già, ero io che non sentivo le sue parole. Mi sono avvicinato più che potevo, fino a sfiorare la rete metallica. Ho alzato una mano per toccarlo, ma l’ho riabbassata subito. Dio mio, come avrei potuto toccarlo? Di certo sapeva quello che avevo fatto. I tamburi dei morti avevano sillabato il mio nome.
Lui continuava a parlare, adesso lo sentivo o credevo di sentirlo, ma non conoscevo quella lingua. Una, due immagini del sogno di quella notte sono scattate nella mia memoria. Forse avevano a che fare con questo posto; forse avevo sognato proprio questa cripta. Forse, nel sogno, questi scheletri e il mistero in cui galleggiavano si erano trasformati negli uomini sconosciuti, che non volevano rivelarmi il loro segreto. Stavo trattenendo il fiato da chissà quanto, l’ho lasciato andare tutto in una volta, in un lungo sospiro.
In quel momento la voce è risuonata sotto la volta della cripta, facendomi sobbalzare. La voce ha detto: «Verrà, lui verrà».
Il teschio, immobile, sorrideva. Mi sono voltato e ho visto che la vecchia custode aveva smesso di scopare e mi guardava storto, con la testa abbassata.
«Verrà, verrà», ha ripetuto e poi ha attaccato una litania di orazioni in un latino ridotto a un linguaggio sciamanico, preghiere miste a gesti e a sconcertanti imprecazioni e allusioni a certi nemici che la donna diceva di avere, uomini dal cuore nero, diceva, che sarebbero stati sgominati dal ritorno di «lui», o forse, ho pensato io, di «Lui». Torti spaventosi e dimenticati - ma non da lei! - le erano stati inflitti, e i malvagi avrebbero «pagato a primavera». Io annuivo, non sapendo cos’altro fare.
L’idea che la primavera fosse ancora lontana mi rassicurava, per la verità. Ma la donna aveva interrotto il mio dialogo con il teschio e io la guardavo con risentimento, per questo.
Poi la vecchia ha lasciato cadere la scopa e con un gesto drammatico si è appoggiata a una delle reti, a braccia spalancate, come se avesse voluto abbracciare gli uomini morti.
«Hanno finito di beffarsi del Signore!» ha gridato. «Pagheranno tutti a primavera!».
Quando l’ho vista infilare le dita nelle orbite dei teschi mi sono girato, inorridito, ho lanciato un ultimo sguardo al volto d’ossa e ho fatto per uscire. La donna si è zittita di colpo, e nel silenzio mi è parso di sentire ancora quella voce inafferrabile, una voce che forse era fatta per essere ascoltata da orecchie non umane.
In un attimo ero fuori. Che sollievo! La luce del sole pioveva sulla mia faccia, la via era deserta ma piena del rumore del traffico.
In lontananza, salivano già le sirene della polizia e dell’ambulanza. Nella Statale qualcuno era entrato finalmente nel gabinetto al pianterreno, all’angolo del corridoio, e aveva trovato il ragazzo strangolato, seminudo, con la testa infilata nel water. Qualcuno aveva urlato, chiamato aiuto. Lui no: la sorpresa l’aveva ammutolito, mentre gli davo la morte invece dell’amore.
Mi sono incamminato verso il Duomo, senza fretta, e non ho mai più rimesso piede lì dentro. Neanche nell’università.
Ecco, questo è stato l’inizio. Il primo.
Ora potete mettermelo in conto insieme agli altri. Per me non fa più differenza.