GIALLO milanese

Rosy ha una cesta di roba sporca da lavare e un grumetto di cellulite nuova nell'interno della coscia sinistra. La cellulite non è la ritenzione di liquidi che dà alla pelle quel fastidioso aspetto a buccia d'arancia? Se è così, non dovrebbe essercene la stessa quantità, distribuita su entrambe le cosce? Rosy se lo domanda, a bassa voce, davanti alla cesta della roba sporca, alle confezioni di pannolini accatastate nel mobiletto del bagno. Seduta sul bordo della vasca afferra la coscia sinistra con tutte e due le mani e stringe la pelle. Non va. Non va via. Non se ne va. Non può farci niente. Può solo fissare la sua gamba e pensare a com'era prima, alla sua pelle passata. Il primo vagito del bambino sorprende le sue mani ancora strette intorno alla coscia. Rosy si lava la faccia ma si dimentica di asciugarla. Le gocce, come le briciole di Pollicino, in fila indiana nel corridoio. I vagiti del bambino diventano due, poi tre, poi quattro, poi si confondono con il canto degli uccellini nel cielo cupo di Gratosoglio. Rosy non sa più dove finiscono i vagiti e dove cominciano gli uccellini. Resta in ascolto. Adesso sembra che il pianto provenga dal campo incolto fuori dalla finestra del bagno. A Rosy piace pensare a suo figlio insieme ai pettirossi. Accucciato sul nido a cinguettare con le sue cosce paffute piegate sui rami. Con la sua bocca spalancata sul verde delle foglie. Impiega cinque minuti ad immaginare il bambino che spicca goffo il volo, e ne esce pacificata. Va in cucina a preparare il caffè. Da quanto tempo non dorme come si deve? Da quanto tempo non arriva anche per lei un sonno nuovo di zecca, di prima mano, fresco di bucato, fragrante e pieno? Rosy si guarda le occhiaie usando il coltello del pane come specchio: sono grigio sporco, irregolari e gonfie, come tutte le occhiaie. Dei vagiti di suo figlio ha perso il conto: nove, dieci, undici, a cadenze regolari. Sono la sua sveglia, conficcata nella testa come un chiodo della Via crucis. La mattina, il pomeriggio, la sera, la notte. Suo figlio non è un maledetto pettirosso, e non sta sospeso su un ramo. Agita le braccia in aria ma non spicca il volo. Suo figlio sta nella culla e pretende. Se le api di peluche smettono di girare lui pretende che continuino a girare. E che la musica del carillon non smetta mai. Pretende l'eterno, da Rosy e da tutte le cose. Sta cercando di ricordare com'era la sua vita prima che tutto questo cominciasse, ma non ne ha il tempo. I vagiti diventano un lungo lamento senza pause. Come la sirena che annuncia un incendio. Rosy spalanca le braccia e solleva suo figlio dalla culla. «Cosa c'è? Ti sei svegliato? Vuoi la pappa?». Lo accarezza sulla testa calda. Sulle pieghe del collo. Il bambino stringe gli occhi e grida. Punta i piedi paffuti sulle smagliature di Rosy e con il pugno chiuso le tira i capelli. Stringi i denti, stringi i denti che adesso passa. Una volta ce l'aveva quasi fatta. Si era comprata un bel completino nero e si era presentata a Cologno Monzese. Voleva diventare una «letterina», e lo voleva più di ogni altra cosa al mondo. Sapeva di non essere tanto alta, ma nella vita non c'è solo quello. Se sorrideva gli uomini si giravano a guardarla. Le guardavano il culo soprattutto, e lei era felice. Dormiva sonni pieni e sognava di ballare avvolta in un costumino di paillettes. Il bambino spalanca la bocca e grida. Rosy gli vede le tonsille e conta ogni singola lacrima. Del giorno del provino ha tutte le foto conservate. Aveva ballato e mosso le mani intorno alla faccia come a mimare lo schermo di un televisore. Aveva risposto alle domande e sorriso alla telecamera. Dopo, fuori dagli studi Mediaset, la Roby e la Cry le avevano fatto delle foto vicino ad un albero. Rosy si siede sul letto con suo figlio in braccio. Gli fa fare cavalluccio ma lui non smette di piangere. Gli fa il solletico sulla pancia e lui finalmente ride. Poi muove le mani e cerca di afferrare i capelli di sua madre. Era bello quando il futuro era una sorpresa. Il bambino adesso non ride e non piange. Si limita a guardare sua madre come si guarda uno strano animale in un recinto. Rosy lo mette nella culla e finisce di bere il suo caffè. Cammina per la stanza massaggiandosi la coscia sinistra, stringendo la carne tra l'indice e il pollice. Magari se bevo molta acqua la situazione migliorerà. Sente gli uccellini sugli alberi, il rumore delle zampe sui rami secchi. Riempie la vaschetta di plastica azzurra con l'acqua tiepida. Chissà dove sarei adesso, se mi avessero presa a quel provino. Vivrei in una di quelle case al centro di Milano, con la terrazza fiorita e la vista sul Duomo. Mette la biancheria sporca in lavatrice. Non la separa, bianchi e colorati, tutto insieme. Solleva suo figlio dalla culla e gli sussurra qualcosa all'orecchio, poggiando le labbra sulla carne tenera. Rosy dopo il parto non era stata bene. Tutti le avevano promesso delle sorprese, e quelle non arrivavano. Avrebbe anche accettato le smagliature e la cellulite, ma voleva la sorpresa. I suoi capezzoli, a forza di allattare, erano diventati viola e si erano riempiti di piaghette, come le zampe di un ragno. Di notte poi il suo cervello si riempiva d'acqua, e lei sognava di morire schiacciata dalle onde del mare. Mette suo figlio nella vasca: «Senti gli uccellini come cantano? Li senti?». Avrebbe potuto essere tutto quello che voleva, se lui non le avesse regalato mucchietti scomposti di cellulite e smagliature dritte come paletti di un recinto. Le mani di Rosy guidano la saponetta sulla pancia di suo figlio, sul suo ombellico a cupola, sui suoi capelli biondi come il sole. Il bambino afferra la paperetta e mima un mare in tempesta nell'oceano di plastica. «Li senti gli uccellini? Li senti?». Nei corridoi di Mediaset aveva anche incontrato Gerry Scotti che le aveva sorriso e augurato buona fortuna per il provino. Rosy prende il figlio per le ascelle e lo mette a pancia in giù, per lavargli la schiena. Il bambino guarda il mare in tempesta e batte felice le mani, portando scompiglio tra gli abissi marini. La paperetta gialla si è arenata in una piega della gamba, tra il ginocchio e il polpaccio. Devo fare la spesa e cambiare le lenzuola. Ma tu li senti gli uccellini cantare? Li senti, sì o no? Rosy lava le gambe di suo figlio, esercitando, con l'altra mano, una leggera pressione alla base del collo. Quel provino posso sempre rifarlo, se voglio. Il neonato fa il sub, esplora da vicino il mare e i suoi misteri. La carne, i pannolini, il pane e una crema per le smagliature. E poi cos'altro? Il mare rallenta e le onde diventano a poco a poco increspature leggere. Il bambino apre la bocca una volta, gli occhi fissi sul fondo della vaschetta, le mani paffute a stringere l'acqua, il calore della mano sulla nuca. Dove le ho conservate le foto del provino? Dove le ho messe? E perché le mie unghie continuano ad essere nere anche se le pulisco con un piccolo spazzolino, ogni santo giorno? Il bambino vede milioni di scintille colorate riflesse nell'acqua e dei pesciolini argentati nell'incavo delle sue ascelle. E così il suo corpo paffuto si beve tutta l'acqua che i suoi polmoni possono contenere e poi, spensierato, sale verso il soffitto, tra le ragnatele agli angoli dell'intonaco, a contemplare la schiena minuta di sua madre e quella mano, così calda e rassicurante, sulla sua nuca bionda. Uno squillo, uno squillo del telefono in cucina. Rosy guarda la nuca di suo figlio e il trillo gli si arrampica sulla schiena, come un animale dotato di unghie e di denti. Guarda la sua mano, che tiene la testa del neonato sotto il pelo dell'acqua e per qualche secondo tutto è fonte di stupore, il suo corpo, il corpo del bambino, la stanza da bagno, la lunghezza delle dita che si adattano perfettamente alle rotondità della testa. Un terzo squillo cambia la frequenza dei suoi battiti cardiaci, e lo stupore lascia il posto ad un piccolo spavento. Rosy solleva il bambino, che ha la faccia livida e le meraviglie degli abissi stampate sulle pupille umide. Perde acqua il neonato, per tutto il pavimento del bagno. Urla talmente forte da coprire il rumore del telefono e la pelle d'oca sulla schiena della madre. Rosy mette suo figlio sul davanzale e gli parla, rivolgendosi alle sue lacrime e alla pelle viola della fronte. «Li senti gli uccellini, li senti?». Ha il fiatone, non riesce a respirare. Il bambino allunga una mano livida verso il campo incolto, aspettando che un'ala colorata gli solletichi le dita. E adesso che una promessa, almeno una, venga mantenuta.