GIALLO milanese

A rrivò a piedi, sembrò apparire dal nulla. Il tenente Brioschi era nero in volto, cupo, furibondo. Non aveva ancora trent'anni ma tutti gli riconoscevano una esperienza sul campo, e un talento, non indifferenti. Il crocicchio di persone si aprì come il mar Rosso al passaggio di Mosè. Brioschi riuscì ad avvicinarsi al centro del circolo di curiosi senza alcuno sforzo. Sarà stata l'uniforme, gli alamari sul collo, le treccioline di cordone d'argento sulle spalline, sarà stato il fascino dell'uniforme. O più facilmente la sua naturale autorevolezza, sta di fatto che tutti si ammutolirono.
«Scoprilo» disse ad un appuntato che stava lì di guardia.
Il ragazzo eseguì, perentorio. Spostò il lenzuolo che copriva la vittima, ormai in un lago di sangue rappreso. Brioschi si sedette sui talloni, per osservare meglio la vittima. Sembrava quasi che l'intera piazza trattenesse il respiro.
Il carabiniere scosse il capo, sempre più nero in volto, poi si rimise in piedi. Si diede giusto due pacche sulla giubba, come a volerla aggiustare. Era un elegantone, Brioschi, ma non di quelli blasé: la sua era una eleganza naturale, che veniva da una educazione antica, nobile, così come era nobile e antica la sua famiglia, qui a Milano. Poi guardò oltre il ragazzo, come a cercare qualcuno.
«Dal Re?»
«Eccomi signor tenente».
Si avvicinò un uomo di circa quarantacinque anni. La sua sola presenza parve tranquillizzare il tenente.
«Cosa mi può dire, brigadiere? Cosa è successo esattamente?»
L'uomo alzò il braccio verso l'enorme impalcatura alle loro spalle.
«Sembra sia caduto da lì, dal quarto livello».
«Ha già interrogato il capomastro?»
«Quell'uomo è sconvolto, signor tenente. Mi ha fatto una deposizione confusa: prima la vittima era vicino a lui, stavano facendo un'ispezione, poi, giusto il tempo di girarsi e non l'ha visto più».
Brioschi si passò il palmo della mano sulla guancia. Raspava un pochino. Avrebbe dovuto farsi la barba prima di uscire dalla caserma, c'era da andare in Scala stasera, e ora l'idea di sfigurare lo innervosiva ulteriormente.
«Cosa vuol dire che non l'ha visto più? Non l'ha sentito urlare?»
«No, niente. Prima c'era, poi non c'era più».
«Accidenti, Dal Re, non siamo mica al circo! Ma che diavolo vuole dire?»
Era nervoso, Brioschi, e ne aveva ben donde. Fosse stato un operaio qualsiasi, un manovale, un muratore. Ma non l'architetto, non il progettista capo. Stasera in Scala tutti - amici, conoscenti, autorità religiose e politiche - l'avrebbero subissato di domande. E lui doveva dare una risposta. Questa morte non doveva diventare un impiccio alla sua carriera.
Il Brigadiere disse qualcosa, sommesso: «Non lo so, signor tenente... non so che dire...».
«Ma almeno siamo certi della identità della vittima?»
Dal Re alzò lievemente lo sguardo al cielo. Brioschi era un buon ufficiale agli occhi di tutti, ma a lui non la faceva. Sapeva quanto fosse debole, insicuro. Con pazienza il brigadiere elencò nome cognome, professione della vittima. «Nato a Fontanelice il...»
«Fontanelice? E dove si trova?»
«Vicino Bologna». Il brigadiere lo sapeva benissimo, era di quelle parti.
Brioschi scosse il capo: «Rimanessero a casa loro, al posto di togliere il lavoro agli architetti milanesi» mugugnò. Era una frase senza senso, indice del nervosismo dell'ufficiale dell'arma. «Che dice Dal Re? È stato sicuramente un incidente, non trova? Sono cose che capitano in questo mestiere».
Dal Re non pareva convinto. Continuava a massaggiarsi il pizzetto come se stesse cercando una pulce dispettosa.
«Forse» disse. «O forse no...»
«No?» Brioschi già vedeva l'orda dei politicanti che chiedeva la sua testa su un piatto d'argento. L'insigne architetto, a capo di un progetto di riconversione urbana senza precedenti che muore a pochi giorni dall'inaugurazione della sua opera, e l'assassino gira a piede libero per Milano. È una vergogna, cosa fanno le forse dell'ordine? Non c'è più sicurezza in questa città!
«Signor tenente, diciamocelo: la vittima aveva molti nemici».
«Ma come si permette?» parve indignarsi, ma era una posa, dovuta alla sua posizione sociale. «Era un caro amico della mia famiglia e posso garantire che...»
«Sì, certo. Lo so pure io di chi stiamo parlando. Abitava qui dietro, s'era sposato con la figlia del costruttore ferroviario, era una personalità bene in vista e benamata, ma...»
«Ma?»
«Insomma, signor tenente. Lei è giovane e non può ricordare, ma quando vinse in concorso si scatenò una polemica furibonda. Un uomo di neppure trent'anni, senza alcuna esperienza, che deve ridisegnare il centro cittadino.»
«Quello è stato tanti anni fa, come può pensare che adesso...»
«E la questione dell'ossatura in ferro? Prodotta in Inghilterra, assemblata a Parigi... ci fu un tracollo finanziario non indifferente, il Comune di Milano dovette assumersi la proprietà e finanziare tutto il progetto da solo...»
«Cosa intende dire?»
«Nulla... io semplicemente cerco di capire se quest'uomo potesse avere nemici... non lo so... insomma: quanti anni è durato questo cantiere, se ne rende conto?»
In effetti inaugurarono in fretta e furia una parte del complesso edilizio, ma l'ultima, quella prospiciente la piazza, era un decennio che non veniva consegnata. Un cantiere eterno, insomma.
«Dal Re, fra pochi giorni ci sarebbe stata l'inaugurazione... perché allora non ucciderlo prima? Che mente perversa può aver pensato tutto ciò?»
Mentre lo diceva gli uscivano sbuffi gelidi dalla bocca. Era il 30 dicembre e fra freddo, neve e nebbia, Milano pareva una città di spettri.
«Già» si disse fra sé il brigadiere, continuando a cercare la sua pulce invisibile. Poi alzò gli occhi verso la cattedrale. Una montagna bianca. Come illuminato lasciò perdere il pizzetto e prese sottobraccio il tenente, con una familiarità che stupì gli astanti.
«Tenente» disse, senza dargli del “signore“. «Vada pure in Scala, stasera e dica ai suoi amici che è stato un tragico incidente. Non c'è nessun assassino in giro, è proprio come dice lei.»
«Davvero?» disse Brioschi sussurrando.
«Quell'uomo si è ucciso. Non ha retto a tutte le malignità, alle cattiverie sul suo conto. Al fatto che abbia distrutto un quartiere popolare per costruire la Galleria, non ha retto alla smaccata assenza di Vittorio Emanuele II all'inaugurazione, non ha retto alla vita. Non ha retto a questa città cinica e crudele.»
Brioschi lisciò di nuovo l'uniforme. «Allora vado?»
«Vada, vada... qui ci penso io.»
«Ottimo lavoro, Dal Re.» disse. Poi tornò al suo cavallo, che per tutto il tempo era stato affidato a un piantone. Ci salì sopra e si mosse al trotto verso il teatro.
«Meglio così» pensò. «A me poi Giuseppe Mengoni stava pure antipatico. Tutta questa architettura moderna, fatta di cemento, ferro, vetro... ma come si può pensare di costruire una galleria fra il Duomo e la Scala? Vuoi, poi, che i milanesi non ti odino? Voleva farne un simbolo della città... che idiozia! Io questa architettura moderna proprio non la capisco».
Due colpi di speroni e fu in un lampo davanti alla Scala. Vederlo arrivare, da sotto il portico, pareva proprio un eroe romantico.