GIALLO milanese

Lo trovò il nipote Lorenzo alle otto di sera: era per terra, in ingresso, il petto squarciato da una coltellata, lo stupore negli occhi. Si erano accordati per cenare insieme: «Nonno - gli aveva detto il ragazzo - voglio farti vedere dei documenti su Bava Beccaris. Vengo da te». Ma poi quando aveva citofonato, nessuno aveva risposto. Strano. Lorenzo aveva alzato lo sguardo, inquadrando le infinite finestre e balconi di quel gigantesco condominio tirato su in modo sbrigativo alle porte del Gratosoglio quando lui era un ragazzino. Chissà perché, ma quell’edificio enorme, privo di fantasia, in cui erano stoccate centinaia di persone, gli incuteva sempre un vago senso di inquietudine. Il nonno lassù era rimasto silenzioso, quella sottile vertigine era aumentata. Ma Lorenzo non si era scoraggiato. Sapeva come fare. Sapeva che, superato il grande portone all'ingresso del palazzo, una lunga vetrata che ricordava la sala di comando di certe funivie osservate in Alto Adige, il più era fatto. Il nonno era un milanese vecchia maniera: era nato negli anni Venti, parlava il dialetto, aveva abitato per una vita alla Baia del Re, il quartiere popolare che il regime aveva costruito all'epoca in cui Nobile era andato al Polo Nord con il dirigibile Italia e la navicella si era staccata da terra per il balzo finale proprio dalla Baia del Re, alle Svalbard. Ormai vecchio, si era trasferito al Gratosoglio, un paio di chilometri più in giù lungo i binari del tram, ma non aveva perso il suo stile di vita. Era una persona aperta, socievole, in fondo la Baia del Re - ma ormai tutti la chiamavano lo Stadera - un labirinto di scale e pianerottoli, era un paese. Le porte erano sempre aperte, le chiavi infilate nella toppa, i furti rarissimi. Certo, poi il contesto era cambiato, il quartiere ere precipitato nel degrado, spacciatori e malavitosi avevano avuto il sopravvento. Finchè chi poteva, come lui, se n’era andato. Ma le abitudini erano rimaste le stesse. Così Lorenzo era certo che avrebbe trovato nella casella della posta, perennemente aperta, la chiave di casa. Quello era il segnale che il nonno era fuori. Quante volte, lui, la mamma e il papà gliel'avevano detto: «E’ un invito ad entrare in casa». «No, no - replicava sempre il nonno - qua tutti mi vogliono bene». Non era vero, naturalmente. Quella sera, dunque, Lorenzo aspettò che un inquilino aprisse la grande porta che dava sulla strada, il vialone che si spegneva a Rozzano, e si infilò nella gigantesca portineria. Non dovette nemmeno aprire lo sportellino già spalancato, avanzò con la mano, agguantò la chiave, salì rapido al terzo piano della scala D. Suonò, per scrupolo, il campanello, si decise a infilare la chiave, aprì. Stefano era lì, nel suo sangue, anche se aveva mantenuto quell'espressione buona, allegra come certi vecchi che hanno vissuto bene e non si sono arroccati nelle loro ossessioni, solo leggermente sbalordita. Lorenzo rimase un attimo a guardare il nonno, sentì un soffio, corse in cucina impaurito e vide la pentola con l'acqua per la pasta che ormai era evaporata. Giró la manopola. Cinque minuti dopo i carabinieri, provenienti dalla vicinissima caserma costruita all'ombra di un grande supermercato, entravano nell'appartamento. Era una di quelle limpide sere di luglio calde ma non afose, in cui anche il Gratosoglio aveva un suo fascino discreto e i runner che risalivano la sponda del Naviglio, l'acqua trafitta da tante piccole onde geometriche, scoprivano sullo sfondo lo skyline vetroso della città, dominato dalla medievaleggiante Torre Velasca. Peccato. Era tutto finito. Lorenzo stava preparando la tesi di laurea su Bava Beccaris e i moti del ’98: il nonno sapeva tutto della storia milanese e da un certo momento in poi i fatti li aveva vissuti in prima persona. O almeno ne riportava un ricordo personale. Aveva assistito all'ultimo discorso del Duce al Lirico, era andato in piazzale Loreto, quasi per caso si era trovato in piazza Fontana in mezzo ai corpi mutilati. I carabinieri trovarono in tasca al morto una chiave: «Il nonno - disse Lorenzo - aveva questa maledetta abitudine di lasciare il mazzo nella casella della posta, ma portava solo la chiave dei portone per evitare di dover disturbare qualche inquilino citofonando». Chi l'aveva ucciso lo sapeva benissimo. Solo che il nonno doveva essere rientrato quasi subito, molto prima del previsto, si era spaventato, era corso su, aveva girato la maniglia, un attimo ancora e si era trovato faccia a faccia con qualcuno che gli stava svuotando l'abitazione. L'assassino doveva essere un tipo tosto: tolto di mezzo Stefano, aveva completato il saccheggio, poi aveva chiuso la porta a chiave, e aveva depositato il mazzo nella casella dove Lorenzo l'aveva trovata pochi minuti dopo. Sul posto giunsero i carabinieri del Ris. Le indagini, rapidissime, afferrarono un paio di novità assai interessanti: il killer non aveva lasciato le sue impronte digitali, probabilmente aveva indossato i guanti prima di entrare in azione; il vecchio stringeva però nella mano una piccola ciocca di capelli. Prima di essere abbattuto aveva lottato per una frazione di secondo con l’avversario. Dunque, i carabinieri avevano in mano il Dna del killer. Già, ma con chi compararlo? Intanto i primi interrogatori confermarono i sospetti di Lorenzo: il nonno, che aveva scambiato quel condominio per il vecchio Stadera, aveva raccontato a tutti che in casa aveva alcuni quadri e oggetti di un certo valore. Era sparito tutto e il condominio era in subbuglio. Il condominio era una grande macedonia che rappresentava la città così come si era evoluta: famiglie medio borghesi, single, anziani come Stefano che si spaesavano, ogni giorno di più; poi, monconi di famiglie che si decomponevano con facilità crescente e si spalmavano, per così dire, nel quartiere. Ma il condominio non finiva qua: c'erano pure tre disoccupati, guardati con sospetto da chi un lavoro ce l'aveva e lo considerava un lasciapassare verso la rispettabilità; due rom, che in base ad un progetto pilota del Comune, erano usciti dai campi di Chiesa Rossa, segnalati da una bandiera come i rifugi del Cai, ed erano approdati lì seguiti da uno sciame di pregiudizi. C'erano anche cinque pregiudicati, un paio con precedenti di un certo spessore, e naturalmente un piccolo campionario delle razze che da qualche tempo avevano invaso il quartiere: arabi, romeni, sudamericani, un paio, forse clandestini, ma nessuno lo sapeva con precisione, nemmeno loro. Centocinquantacinque cognomi rotolati gli uni sugli altri. L'idea venne ad un giovane avvocato che un po’ credeva nella legalità e aveva girotondato a suo tempo intorno a Palazzo di giustizia, un po’ voleva farsi pubblicità. Indisse un'assemblea e mise all'ordine del giorno un solo punto: prelievo del Dna. La sala, in ammollo nella calura estiva, si trasformò subito in una bolgia, peggio che se si fosse discusso se impiantare le parabole della pay tv. L'avvocato Gualtiero Dodici espose il suo piano: «Qualcuno fra noi ha ucciso il povero Stefano Brambilla. Sottoponiamoci tutti al prelievo di un campione: dobbiamo far cadere i sospetti - concluse con una certa enfasi - e far affiorare la verità». Qualcuno lo applaudì, altri fischiarono, convinti che in un'assemblea condominiale si debba fischiare comunque, come allo stadio; molti non capirono nulla. Su quel tumulto, si alzò d’improvviso la voce di Tommaso Lanfranchi, pregiudicato con un curriculum pesante, ma stranamente lontano dalle cattive compagnie ormai da alcuni anni: «Io non mi sottoporrò al prelievo, io farò ricorso al Tar». Il Tar, naturalmente, non c'entrava nulla. Il problema era che Lanfranchi sì era ancorato ad un avvocato amministrativista, un traffichino piú che altro, che si rivolgeva al Tar con grande facilità. E una volta aveva colto un piccolo successo perché una squadra di serie D, il Vigentino, di cui Lanfranchi era presidente, era stata riammessa dal tribunale amministrativo al campionato nonostante la contabilità zoppa presentata dal patron. Lanfranchi si era convinto che il Tar potesse risolvere qualsiasi grana.
La riunione finì in una zuffa. Si decise comunque di procedere su base volontaria. Il comitato pro Dna aveva steso una lista di trecentosedici persone, compresi i minorenni sopra i sedici anni che avrebbero dato il campione di saliva con il consenso dei genitori. I rom protestarono ma solo per un equivoco: erano convinti che si volessero prendere le impronte digitali. Le loro. Quando capirono che non era così si accodarono al volere della maggioranza; Lanfranchi rimase solo. Solo con il suo no sempre più ostinato. E sempre più sospetto. L'operazione Dna si svolse senza intralci. I risultati furono nettissimi: trecentoquindici Dna su trecentoquindici non compatibili con quello dell’assassino. Tutti cominciarono a rimuginare su Lanfranchi che viveva solo al sesto piano della scala D, la stessa della vittima. La prova logica lo condannava: se il killer veniva dal palazzo, l'assassino non poteva che essere lui. Si svolse l'ennesima imbarazzatissima assemblea in una di quelle sere in cui l'odore aspro delle superstiti stalle della zona impregnava i mattoni e il cemento fino quasi a concimarli.
Passarono altri quindici giorni, finalmente l'appartamento di Lanfranchi fu perquisito. Troppo tardi. Non trovarono nulla. L'inchiesta si arenò. Qualche settimana dopo una donna che portava a spasso il cane vide qualcosa di strano galleggiare nell'acqua schiumosa sotto i riflettori alla Conca Fallata dove il Naviglio ruzzola giù formando una cascata. Era il corpo di Lanfranchi. La vox populi stabilì che aveva fatto uno sgarro a qualche ricettatore, al momento di piazzare la mercanzia sottratta a casa Brambilla. Prove, però, non ne arrivarono mai, la merce non fu mai recuperata. E l'indagine sull'omicidio di Stefano si chiuse senza colpevole.