GIALLO milanese

Il centravanti venne trovato morto intorno alle 2 di un lunedì pomeriggio gonfio di nebbia, di quelli perfetti per un delitto e che Milano ti regala, ormai sempre più raramente, a fine novembre. Quando i vigili del fuoco sfondarono la porta del suo appartamento di via Canova, a due passi dall’Arco della Pace, trovarono il bel corpo adagiato sulla moquette ghiaccio della sua casa impersonale e silenziosa. Lui sembrava si fosse addormentato lì, per caso, composto com’era nella sua camicia di seta bordeaux e i pantaloni antracite, la borsa della società posata in un angolo, quasi con delicatezza, con rispetto.
«Tipico scannatoio da calciatore di lusso» liquidò la faccenda il maggiore Marco Lanzi dando uno sguardo veloce in giro, con la coda dell’occhio sempre fissa sul punto in cui la camicia del centravanti si apriva sul cuore e dalla pelle squarciata usciva del sangue ormai raggrumato. «Un colpo di pistola al cuore, uno solo, preciso, sufficiente a farlo fuori subito», pensava Lanzi mentre gli uomini della Rilievi facevano i primi sopralluoghi. Qualcuno che voleva fare in fretta, qualcuno che aveva fretta di scappare... Probabilmente una donna. Ma sì, sarà una questione di donne, con questi qui, poi, cos’altro può essere? Vallette, letterine, studentesse dalla coscia lunga... Chi più ne ha più ne metta. Si prendono, si lasciano. Poi, naturalmente, ce la dobbiamo svangare noi. E chi lo conosce questo qui, poi? Abitava a Milano e giocava nel Mantova... È vero che adesso, dall’inizio della nuova stagione, militava nelle fila del Milan, ma anche prima non aveva mai rinunciato a vivere sotto la Madonnina, lì, in via Canova. Mah! Chi gliel’aveva fatto fare di macinarsi, quasi ogni giorno, per tre anni, 360 chilometri per andare ad allenarsi? E il Mantova? La società? Perché glielo aveva permesso? Per le donne? Volevano lasciarlo divertire il loro «fiore all’occhiello»? O era qualcosa che aveva imposto lui prima di firmare il contratto con una società di serie B? Eppure non mi sembra di aver mai sentito parlare di questo ragazzo come di uno dei dongiovanni del pallone».
Più la sua testa si arrovellava intorno a quei perché, più i suoi peggiori sospetti si autocensuravano. Ma che donne e donnine! Il centravanti era un bravo ragazzo. Naturale: anche i bravi ragazzi scopano, vivaddio! Ma lui non era uno sciupafemmine. E Lanzi sapeva di avercela con il calciatore solo perché l’indomani sarebbe dovuto partire con sua moglie Annamaria e la figlia Martina per un fine settimana lungo nella loro casetta di Talamone. «Lì c’è l’aria buona, mica come qui!» gli ripeteva la moglie, toscana d’origine, che se fosse stato per lei manco morta ci avrebbe vissuto a Milano. E adesso chi l’avrebbe sentita l’Annamaria quando le avrebbe spiegato che «cara, la vacanzina è rimandata» e lei si sarebbe fatta un pianto infinito con la madre al telefono? Naturalmente tutto sotto lo sguardo interrogativo e inquisitorio di Martina (ah! come sanno farti sentire in colpa i ragazzini!) abituata ormai a quel padre dal lavoro stravagante ma talvolta, diciamolo, proprio una rottura di c....!
No, non era giusto prendersela con quel povero ragazzo di 26 anni che si era beccato quella pallottola nel cuore, così, a bruciapelo. Ed era stato ritrovato solo il giorno dopo. Quando quelli del Milan, allarmati per non averlo visto all’allenamento, lui sempre così puntuale, avevano cominciato a chiamarlo sul cellulare. Spento. Sul telefono di casa. Staccato (da chi?). E, dopo aver sentito con prudenza, senza allarmarli, i suoi genitori a Parma, avevano chiamato i carabinieri a Milano. I militari, quando avevano trovato la Porsche parcheggiata sotto casa e la porta chiusa, avevano pensato a un malore e, come previsto dalla prassi, visto che le tapparelle erano tutte chiuse, avevano chiamato i vigili del fuoco.
Adesso lo sguardo di Lanzi passava alternativamente dallo squarcio al cuore, al viso del centravanti. E lì indugiava. Con un rammarico e una tristezza pungenti che lui stesso non comprendeva. La faccia di quel ragazzo era di una bellezza quasi angelica. Le ciglia lunghe, lunghissime, sfioravano guance da cherubino. La pelle ambrata che il sole aveva dorato durante l’estate gli regalava un colorito così bello da sembrare finto e che sembrava fatto apposta per quella massa di riccioli neri che gli ricopriva il capo. Le gambe lunghe, l’ossatura forte ma sottile, facevano intuire un’andatura dinoccolata. Era proprio un bel ragazzo il centravanti, niente da dire. E dicono anche che fosse anche buono, per bene, mica faceva il gradasso che se la tira perché giocava da dio ed era pieno di soldi. Anche quegli stronzi dei giornalisti, che di solito diventano ancora più stronzi con i calciatori dalle tre «b» (belli, bravi e decisamente benestanti), di lui parlavano con rispetto. «Ha solo 26 anni, ma mica si è montato la testa, eh? È un signore. In campo e fuori».
Ma allora chi lo aveva ammazzato a quel modo? Chi poteva volerlo morto? «Sì, vedrai che alla fine è stata la solita donna, mi devo rassegnare - si trovò a concludere Lanzi -. Una tizia che poi è uscita dall’appartamento e ha chiuso con le chiavi, portandosele via... Adesso valla a trovare!».
Il portinaio inizialmente aveva fatto il vago, ma poi, quando Lanzi gli aveva puntato i suoi occhietti a spillo in faccia come a dirgli «guarda che se continui così ti porto in caserma e ci resti fino alla fine dei tempi», aveva cominciato a stringere decisamente il cerchio. «Una bella donna, sulla trentina, indossava una pelliccia di volpe argentata. Ne sono certo perché, si figuri, perché mia moglie ci ha fatto una malattia...Stavano insieme da 4 mesi circa: prima non l’avevo mai vista. Veniva almeno due volte la settimana, su un Mercedes nero. Negli ultimi giorni, però, non l’ho vista. Del resto, io alle 18, me ne vado».
Fu prima che portassero via il cadavere che Lanzi la notò. Il centravanti non portava gioielli, orecchini, no... Non era il tipo «calciatore-tamarro». Aveva solo uno strano anellino d’oro, all’anulare sinistro, una fedina smaltata di rosso e bianco, i colori sociali del Mantova, di fattura delicata quanto insolita. Lanzi gliela sfilò: all’interno c’era una «S» incisa. Null’altro. I primi ad arrivare in via Canova dopo gli investigatori non furono i parenti del centravanti, no. Ma Sandro Vanelli, il presidente del Mantova, la società in cui il calciatore aveva militato fino alla stagione precedente e sua moglie, Sara, una stangona con i capelli scuri lunghi fino al culo (e che culo!) e gli occhi da cerbiatta. Avvolta nella pelliccia di volpe argentata (come gli confermò, dietro le spalle della coppia, lo sguardo mellifluo del portinaio). Lanzi se la portò subito in caserma, la stangona, sotto gli occhi del marito perplesso, ma non adirato. E chiuse la porta perché i suoi uomini, con la bava alla bocca, cominciavano già ad ammiccare e guardare come affamati, sfoderando i soliti sorrisini da mentecatti della serie: «aiuto! non vedo una (bella) donna da un’eternità, fate qualcosa!!».
Appena seduta lei si mise subito a piangere. Un pianto sommesso, ma composto. La stangona singhiozzava e tirava su con il naso. Adesso sembrava una bambina più che la femmina da copertina che faceva ululare i suoi marescialli. «Su, signora - disse Lanza facendo sfoggio di tutto il suo contegno e dell’autorevolezza di cui era capace, ben attento a non far trapelare nemmeno un moto di comprensione - Se ha qualcosa da dirmi, questo è il momento. Tanto lo so che aveva una storia con il centravanti...».
«Non parli di storia, maggiore - lo bloccò subito lei -. Stavamo insieme da quattro mesi, da poco prima che rescindesse il contratto con il Mantova. Ma eravamo innamorati, molto innamorati...Io..Io stavo per lasciare mio marito e venire a vivere qui, a Milano, con lui, volevo chiedere il divorzio. Intanto lui si era impegnato a chiudere un legame precedente, che durava da tre anni e che proprio non riusciva a troncare. Una persona che diceva di aver amato molto, con una passione infinita. E alla quale doveva tutto. Non mi chieda di chi si tratta, non me l’ha mai voluto confessare, non lo so. Io però non l’ho ucciso, glielo giuro... Non avevo alcun motivo per farlo. Tra poco sarebbe iniziato il periodo più bello della nostra vita, quella storia lui ormai l’aveva troncata anche se quell’altra non l’aveva presa bene, era disperata, mi diceva lui e lo implorava, non voleva lasciarlo andare...».
In quel momento la porta dell’ufficio di Lanzi si spalancò e apparve Sandro Vanelli. Il maggiore lo guardò per la prima volta con interesse. Bell’uomo, non molto alto, occhi marroni, capelli sulle spalle, giacca dal taglio perfetto e un fisico atletico distribuito su un corpo massiccio. Lo fece entrare, liberandolo dalla «morsa» di un brigadiere ben piantato e che stava per buttarlo fuori dopo quell’entrata non programmata nell’ufficio del capo. Vanelli chiese, inaspettatamente, di far uscire sua moglie, Sara. Il maggiore acconsentì. Poi, quando lui e Lanzi si trovarono soli, si sedette sulla poltrona davanti alla sua scrivania. Nella stanza scese un silenzio che a Lanzi sembrò durare un’eternità. Vanelli guardava in basso, tormentandosi le mani. «Le devo dire io qualcosa maggiore - cominciò dopo un bel po’ con la voce incrinata dall’emozione -, mia moglie, mia moglie non c’entra in questa cosa. E neanche la gelosia per la sua storia con... il mio ex giocatore. Ovvero sì, la gelosia c’entra, ma è qualcosa di particolare. Io, non so come spiegare... Io non volevo... Era amore, capisce? Amore vero! Lui non poteva lasciarmi».
E fu allora che Lanzi la vide. La fedina d’oro, smaltata di rosso e bianco. La portava Vanelli, sempre all’anulare sinistro. Il maggiore allungò la mano verso il presidente, lui capì immediatamente, non si fece pregare, se la sfilò. All’interno c’era scritto: «Per sempre. Il centravanti».