Giovanni Pesce, sì alla pietas no al Famedio

(...) ma evidentemente colpevole di non aver voluto asservire l’Italia al comunismo. Mi sono limitato a una valutazione storica e politica, definendo Pesce un personaggio da leggere in controluce. Come tutto quel periodo del resto deve essere letto in controluce, con le sue gioie e le sue immense tragedie, gli atti di coraggio e le più vili atrocità, da una parte e dall’altra.
È ormai patrimonio storico che comincia a essere riconosciuto da molti il fatto che i Gap di cui Pesce fu comandante applicarono un modello di guerriglia fatta di agguati e di esecuzioni alle spalle, molto più che di scontro a viso aperto.
Quanto al Famedio non spetta a me la decisione, c’è una Commissione chiamata a valutare. Se fossi in quella commissione farei un’attenta analisi perché gli onori del Famedio vanno tributati a personalità che hanno rappresentato un modello di virtù. Per il sindaco è così, io personalmente non lo considero un modello in assoluto. Anche nel dopoguerra il suo antifascismo è stato sempre viscerale e virulento.
Ricordo un fatto del 1994. Allora ero rappresentante degli studenti al liceo Leonardo. Si avvicinava il 25 aprile e proposi che a una assemblea partecipasse anche Ignazio La Russa, allora vicepresidente della Camera. Giovanni Pesce era tra gli invitati, fece dichiarazioni pesantissime in cui bollava la presenza di La Russa come oltraggio alla Resistenza, in ossequio al più feroce totalitarismo ideologico. Alla fine l’assemblea si fece con La Russa, Pesce e gli altri disertarono, andò bene: gli studenti scoprirono che nel nostro animo non c’era la vendetta ma la volontà sincera di aprire un percorso di pacificazione.
Carlo Fidanza
*Capogruppo di An
in Consiglio comunale