Gualazzi e Lindsay La strana coppia tra musica e arte

Che cosa accomuna Arto Lindsay e Raphael Gualazzi, la «strana coppia» protagonista di un doppio (attesissimo) concerto stasera al Festival di Villa Arconati (ore 21.30, ingresso 30/25 euro)? L'essere entrambi musicisti fuori dal coro e con un chiodo fisso: inseguire un'idea della musica come spazio di collaborazione e di scambio tra artisti.
Prendete il cantante-chitarrista-compositore statunitense, ma cresciuto in Brasile nello stato del Pernambuco al seguito dei genitori, missionari presbiteriani: Lindsay, che sarà nella villa alle porte di Milano accompagnato da una band di cui fa parte anche l'amico Marc Ribot (il chitarrista di Tom Waits e John Zorn) è davvero unico nel suo genere. A fine anni Settanta fu fondatore dei DNA, colonne di quella «no wave» celebrata da Brian Eno nella raccolta «No New York»” (ma più tardi avrebbe suonato anche nel collettivo free-jazz di John Lourie). Abitava assieme a Jim Jarmusch nel Lower East Side newyorkese (quartiere quantomai degradato a quei tempi), era compagno di eccessi di gente come Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante, col quale trovava ospitalità sia nei locali punk sia nelle gallerie d'arte. Col passare dei decenni, complice anche il suo ritorno a Rio de Janeiro, è divenuto portavoce di un post-modernismo musicale che ha fuso l'approccio rumorista degli esordi con le sonorità elettroniche e una rilettura decisamente personale della musica tropicalista brasiliana di Caetano Veloso e compagni (tra l'altro, fu proprio Lindsay a produrre l'album «Estrangeiro», uno dei più celebrati di Veloso).
Paragonato ad Arto Lindsay (al quale proprio un'etichetta di Milano, Ponderosa Music & Art, ha dedicato un doppio cd retrospettivo: «Encyclopedia of Arto»), Gualazzi, anche perché più giovane, ha avuto una vita meno avventurosa. Tuttavia, non ci piove sul fatto che il pianista marchigiano, con lo swing nel Dna, abbia stoffa. E che stoffa. Riflessivo e, nello stesso tempo, appassionato, timido ma incontenibile, è tra i talenti più puri del panorama musicale degli ultimi anni: un vero e proprio «artigiano della musica» (è autore, compositore, arrangiatore e produttore dei suoi brani) con un amore viscerale per il jazz e il blues. Attenzione, però: frequenta pure il soul, gospel, country, blues e il rock. E all'ultimo Sanremo ha persino duettato con The Bloody Beetroots, i re della techno tricolore, sfiorando addirittura la vittoria.
Aspettando la sua nuova fatica discografica, il successore dell'ultimo, acclamato «Happy Mistake», pubblicato per la Sugar di Caterina Caselli («Gualazzi è davvero speciale», ha spiegato la discografica-talent scout. «Quando lo incontrai per la prima volta rimasi affascinata dalla bravura, dalla persona, dalla conoscenza musicale e dalle dita che scivolavano veloci ma precise»), l'ex allievo del conservatorio di Pesaro si diletta per concerti in giro per il mondo. Dato che ormai la sua dimensione è sempre più internazionale (la stampa estera lo ha incoronato come un'autentica «rarità»). Alternando recital in solitario a concerti, come quello di stasera nella «Versailles» di Castellazzo di Bollate, che prevedono una sorta di confronto-scambio serrato con altri musicisti (per la cronaca, quasi tutti francesi). E diverse chicche. Come il suo personalissimo omaggio a Giuseppe Verdi e Nino Rota.